venerdì 30 dicembre 2011

BEST OF (?) 2011.

Capodanno. Quel giorno in cui si finisce di digerire il cappone farcito di Natale.
Quel giorno in cui si recensiscono i 365 giorni passati e di conseguenza se ne maledico l’80% a causa di infortuni, incontri da dimenticare e disturbi gastro-intestinali.
2011.
2011 schiaffi in faccia.
2011 persone malvestite incontrate per strada.
2011 calorie ingurgitate con un solo morso di Kinder Bueno.
È stato un anno piacevole alla fine dei conti, non posso lamentarmi, o almeno, non mi lamento qui ma aspetto di distruggere i neuroni a qualche sventurato che ha voglia di ascoltarmi.
Proficuo anche.
Dal punto di vista delle esperienze e dei viaggi.
La parte economica invece ha visto evaporare-sparire-puff-adieu il mio gruzzoletto di risparmi.
Sono partito per la Spagna, ho conosciuto tante persone nuove e ho scritto tutto quanto alienando la mia privacy e rendendomi più che ridicolo agli occhi di ogni social network.
La fine poi era scritta nel mio destino.

Nel 2011 sono successe cose importanti.
-        sono approdato su Twitter
-        ho trovato delle vecchie Church’s del papi in cantina
-        ho scoperto Real Time
-        ho indossato le mutande al contrario ad un evento “fashion” senza accorgermene e Carla Gozzi era presente
-        andrologo online ha cominciato a seguirmi su Twitter

Il fatto che io sia un maniaco della penna stilografica, un ossessionato della carta Moleskine è un incentivo per continuare a scrivere e a trascrivermi i tweet, le mie frasi celebri, le citazioni più riuscite e gli stati di Facebook.
Un anno di commenti.
Di pensieri impuri.
Di tweet in cui racconto la mia vita e poetizzo quella degli altri.
Così, rileggendo i diari e i vari scritti ho deciso di selezionare le frasi più carine, divertenti, spiritose, poco serie e frivole. In pratica, tutte.
Ne ho scelte dodici, come i mesi di questo lungo 2011.
Troppo lungo.
Potete rubare le mie perle rare, potere ricordare di averle già lette, fingere di farvi venire delle convulsioni, potete citarmi e potete continuare ad amarmi anche nel 2012.
Certe frasi frivole le scriverò anche il prossimo anno.
È una minaccia ovviamente.
Ecco i best del 2011.

1) “Ma le fashion bloggers mangiano lo zampone solo se ha l’unghia smaltata di rosso Chanel?”

2) “Prima di facebook Fabio Volo non se lo cagava nessuno. Ora è il Dalai Lama dei link.”

3) “Donne felici di avere un deodorante per la casa perfettamente mimetizzato con la loro splendida  collezione di sassi.

4) “Lety, ti ricordi quella volta che alla Rinascente durante la Vogue Fashion’s night out mi hai rubato l’ascensore? Ecco, è il mio Karma che ti manda Pisapia.”

5) “ Vanity Fair ha pubblicato la classifica delle popolazioni maschili più dotate del mondo. Non mi stupirei se ci fosse un boom di prenotazioni per il Congo quest’estate.”

6) “Chi sorveglia Zara se tutti i commessi sono al Pride?”

7) “Io di Beyoncè invidio la resistenza intestinale che dimostra facendosi sparare addosso tutto quel vento durante ogni concerto.”

8) “Nella mia prossima vita vorrei rinascere Charlotte Casiraghi. Ma con la sfortuna che ho potrei rinascere Carmen Di Pietro.”

9) “In realtà San Lorenzo Martire lo hanno ucciso le mie coinquiline pugliesi perché avevano voglia di fritto.”

10) “Sta brutto chiedere al fattorino delle pizze se porta giù la pattumiera visto che scende?”

11) “Qualcuno mi ha fatto il malocchio. L’ho capito quando non ho trovato la carta igienica in bagno.”

12) “Albano, la tua non si chiama castità ma impotenza.”

Non sono sempre brillante.
Anzi a volte non lo sono per niente.
Ora, se fossi in voi non mi leggerei ma se lo doveste fare anche nel 2012 io ve ne sarò grato per la vita.
Auguri, e per favore, non ingozzatevi di lenticchie nella speranza che portino soldi.
E’ un’illusione.
Come quella di Nina Moric quando ha detto di volersi fare solo un “ritocchino”.

Se poi non avete nulla da fare, dovete digerire, aspettate che quel derelitto del vostro partner vi chiami e dovete distrarvi, aspettate di cadere in catalessi, soffrite d’insonnia, o più semplicemente non avete nulla da fare ecco i 6 post migliori di questo lungo 2011.

1) NCS: il peggio della moda. Quando la “moda” esagera Lollo commenta.

2) Siamo fidanzati: il decalogo. Lo avete amato e ve lo ripropongo.

3) Ho detto sì, chiamatemi scema. Il matrimonio del secolo dal mio punto di vista.

4) Monella Vagabonda f/w 2011-2012. Lollo alla sfilata più attesa della settimana della moda.

5)  Il favoloso mondo di Camilla. Lollo vi presenta la sua scrittrice preferita (in modo serio).

6) La 13esima fatica di Lollo. Ecco cosa succede quando si sceglie un paio di occhiali da sole.
  
Buona lettura a tutti. E grazie per l’affetto che mi dimostrate sempre.
Probabilmente avrete due settimane di libertà in cui non sentirete la mia presenza a meno che non vogliate. Causa esami, causa devo-studiare-il-catalano-che-lingua-de-mmerda.
Vi amo.
Ma non faccio il trenino con voi e non canto Pè Pè Pè.

sabato 24 dicembre 2011

A Natale puoi che?



Una di quelle cartoline che tormentano il vostro Facebook.
Il Natale arriva solo quando vieni taggato nelle cartoline di auguri su Facebook.
Insieme al tag 432 notifiche per i commenti che seguono in qualsiasi lingua, perché ci piace sembrare poliglotti anche quando in realtà non sappiamo nemmeno la nostra lingua.
“Felix Navidad.”
FELIX?
Tornare a casa nella bassa provincia milanese è bellissimo.
Sentire mio padre che progetta il mio futuro.
“Ti laurei e vai a vivere in Lapponia dove ci sono moltissime richieste di lavoro.”
Perché effettivamente io studio storia dell’arte e in Lapponia ci sono i più bei siti artistici del mondo.
E soprattutto io sono una persona che ama il freddo, la neve e il sole mi ferisce gli occhi.
Oppure mia madre, che subito mi ha precettato perché andassi con lei a fare la spesa.
Le ho perso il carrello, mi diceva di andare a prendere la Nutella e tornavo con un chilo di cioccolato, mi trascinavo come un ferito del ’15-’18 e soffrivo.
“Domattina sei a casa?”
“Perché mamma?”
“Beh, pensavo volessi pulire le posate d’argento con me.”
Ho preso un aereo appositamente, morivo dalla voglia di strofinare tutto quello che poi luccicherà procurandomi numerosi strappi muscolari e intercostali.

lunedì 19 dicembre 2011

MAI DE LA VIDA.

Solitamente la domenica prima di Natale ci si prende a testate e affrontando il mondo del consumismo si ultimano i regali per una famiglia sempre troppo numerosa.
Ora che non ho più una Poste-Dio-l’abbia-in-gloria-Pay posso presentarmi a mia madre con una calamita di Santiago, un caloroso abbraccio e con la biancheria sporca.
Quella non è da sottovalutare.
E’ come se dicessi “Mamma, mi sei mancata e come lavi tu i miei vestiti nessuno mai.”
Immagino la sua sincera commozione.
Sono quattro mesi che sono partito, quattro mesi che non dormo nella fredda provincia milanese, che non sento mia sorella urlare perché la mattina si sveglia coi capelli sempre più gonfi, quattro mesi che mia madre non mi chiede “La gonna blu o il pantalone?” e che mio padre non mi sveglia perché deve mettersi le scarpe sedendosi sul mio letto.
I 100 metri quadri restanti non gli piacciono.
Con mio fratello maggiore invece sono cinque mesi che non ci vediamo.
Lui che per dirmi “Ti voglio bene” tenta di farmi ubriacare al pranzo di Natale.
Quest’anno sarà un Natale molto particolare.
Il fatto di essere lontano da casa aumenta il desiderio di coccolarmi tra le mille decorazioni, tra quella quantità di cibo che spero mi faccia cadere in catalessi subito dopo, tra quei regali che non ci saranno perché non ho davvero bisogno di nulla.

mercoledì 14 dicembre 2011

MA PER CASO E' NATALE?


La rivisitazione soft porn del Natale di Mariah.


Leggete le mie boiate anche su: www.pensorosa.it

Se anche voi state delirando in giro per il mondo e affrontate stoicamente l’atmosfera natalizia potreste comprendere quanto sto per battere al pc senza dover leggere nessun manuale informativo.
Lo scorso week end sono stato a Madrid, città che mi ha accolto con un freddo transiberiano e una quantità di luci e lucine che nemmeno a Las Vegas nel suo giorno migliore.
Mi sono così ritrovato al famoso grande magazzino spagnolo “El Corte Ingles” all’ultimo piano, reparto giocattoli, il 9 di Dicembre.
Quello che mi è apparso davanti è stato un girone dell’inferno.
I consumisti.
Mamme in preda a delle crisi isteriche per seguire infinite liste di regali e letterine di Natale che parevano iscrizioni rupestri.

“Ma la Barbie Parrucchiera è realmente finita signorina?”
“Sì, mi spiace, può essere che arrivi la prossima settimana ma non sono sicura.”
Guardava la letterina della figlia. Poi la commessa. Indecisa se dare fuoco a se stessa o alla povera sventurata che le aveva dato la brutta notizia.
Urla e pianti da rompere timpani e perforare ulcere.

giovedì 8 dicembre 2011

BENEDICICI OH SANTIAGO.


“Noi quattro andiamo a Santiago i primi di Dicembre.”
Fu l’affermazione iniziale seguita da “Vengo pure io.” Ripetuto per circa 14 volte.
Quando un Erasmus si muove e fa il check in online per qualche volo Low Cost, è probabile che non possa viaggiare alla ricerca del proprio io spirituale senza almeno una decina di persone alle calcagna.
Tra quei 18 pellegrini che hanno voluto ispezionare la propria religiosità a Santiago di Compostela c’ero pure io.

Io: “Laura mi dici a che ora prendete l’aereo che prenoto?”
Laura: “ Alle 14.30 Barcelona- Santiago.”

Prenotato. L’ultima volta che ho potuto utilizzare la mia Poste-Dio-l’abbia-in-gloria-Pay prima che venisse clonata.
Una settimana dopo.

Sabrina: “Mi dici a che ora avete prenotato il volo?”
Io: “14.30 PRECISE.”

Un’altra settimana dopo.
Valentina: “Perché noi abbiamo prenotato quello delle 14 mentre gli altri partono a mezzogiorno?”
Io: “Colpa di Laura.”

Morale della favola, la sovra citata Laura in un trip di amnesia è riuscita a prenotare il volo sbagliato pur essendo davanti a due persone così precise e pazienti da indicarle su una lavagnetta luminosa con laser rosso puntato sul sito Ryan Air.
Nulla di grave, tutti e 18 siamo riusciti a sopravvivere al volo sul quale tentano di vendere un imbarazzante calendario semi-sexy di hostess Ryan Air, che non sono sempre delle Veneri di Milo.
Occupato un intero ostello scopriamo le bellezze di Santiago, ultima tappa di un cammino che da Roma conta 45 giorni.
Atmosfera nostalgica e gotica, cattedrale che toglie il fiato e in cui si può abbracciare il busto di San Giacomo costellato di pietre preziose e innalzato su un delicatissimo altare barocco in lamina d’oro.
Sobrio e per niente “schiaffo alla miseria c’è gente che muore di fame proprio fuori dalla cattedrale.” Torri barocche alte 74 metri, impianto romanico, pianta a croce latina con matronei continui anche nella sezione dei transetti.
[Ho dato l’esame di architettura medievale mica per niente, quindi permettetemi di tirarmela.]
Le stradine strette su cui si affacciano osterie locali con il polpo alla galiziana in vetrina, i piccoli pub dove ci si ubriaca per non morire di umidità, i portici sotto ai quali un artista di strada suona e il suo amico clochard spaventa il sottoscritto che fugge come un cerbiatto in amore.
Si mangia con 8 euro e qualsiasi piatto ha come contorno patatine fritte.

sabato 3 dicembre 2011

SIAMO FIDANZATI? IL DECALOGO.


L'immagine non c'entra una ceppa ma mi piaceva.

Arriva un momento della vita in cui non si digeriscono i latticini e i carboidrati finiscono ad appesantire cosce, fondoschiena e soprattutto la panza. Subito.
Nello stesso modo arriva un momento in cui una frequentazione subisce un cambiamento, si passa dal “usciamo insieme” al “siamo fidanzati”.
Essendo una trasformazione quasi impercettibile si può ricorrere ad uno stratagemma alternativo che non sia “Ci mettiamo insieme? Metti la x sul sì o sul no” come si faceva alle elementari.
Per capire l’altra persona, l’altra metà della mela, della zucca, l’altro calzino spaiato, l’altro guanto disagiato, l’altro emisfero del cervello che spesso ci dimentichiamo di avere, necessitiamo di alcune regole basi che qui elenco con estrema accuratezza.

martedì 29 novembre 2011

A.A.A. MAGLIONE INFELTRITO CERCASI.


Quando sono arrivato a Tarragona quest’estate avevo due valigie, una borsa e un sacchetto.
Noto solo ora che il guardaroba a cui ho attinto per il trasloco si riduce alla stagione estiva, qualche capo autunnale e una minima competenza primaverile.
E l’inverno?
Moncler. Santo patrono di quelle giornate milanesi in cui il freddo penetra anche lungo tutto l’intestino tenue e benefattore dei bagni turchi durante il viaggio in metropolitana.
Se vedete una persona sofferente nella tratta Duomo-Corvetto sappiate che nel 99% dei casi indossa un piumino Moncler che lo sta letteralmente cuocendo allo spiedo.
“Ma che ti porti il Moncler in Spagna?”
“Beh sì, non vado mica alle Maldive.”
“Ma dai, un’amica di una mia amica, sorella di un ex fidanzato, ha fatto l’Erasmus a Barcellona e mi ha detto che l’inverno lì non esiste, che fa sempre caldo, vedrai che non ti servirà il piumino.”
Esattamente tre mesi da quel giorno Tarragona diventa una possibile candidata per i giochi olimpici invernali, investita come mai nella storia da un vento gelido che ciao Russia ciao.

Quindi, entonces, allora, infatti.
Passando per il mercato ho deciso di dare un’occhiata e mi si è aperto un mondo.
Una, e ripeto una, bancarella dove i vestiti costano 1 euro.
Un mese fa era la settimana della giacca con le spalline, colori che oscillavano tra il senape e il giallo pastello, se si era fortunati si riuscivano a trovare anche accomodanti palandrane da becchino
rigorosamente senza bottoni.
Sotto gli occhi guardinghi dei venditori ambulanti in overdose da noccioline, comincio a spulciare nella sezione Maglieria lana, cotone e derivati (?).
La bellezza di questi mucchi informi è che bisogna avere buon gusto ma anche una vista da rapace affamato. Altrimenti ti ritrovi a tirare una manica solo perché è azzurra fino a quando scopri che il resto è un tripudio di scritte cinesi e inni nazi-fascisti.
Capiterà anche che essendo indecisi lascerete il capo incustodito. Non c’è niente di più sbagliato.
Mai lasciare nulla, piuttosto infilatevelo tra le gambe, portatelo sulla spalla o in testa ma se un capo ha catturato la vostra attenzione c’è un perché.
Ci sono sempre le sanguisughe che aspettano un vostro cambio repentino di idea per comprare quello che voi avete selezionato. Cerco, seleziono e scarto.

mercoledì 23 novembre 2011

URLO, CANTO E MAGNO.

2011
Tra meno di cinque ore Papà Castoro apparirà davanti ai miei occhi increduli.
Ho quindi cinque ore per sembrare una persona rispettabile, un ragazzo a cui chiedere finalmente “Ma siamo fidanzati?” senza pentirsi di aver preso quel volo Ryan air e dopo aver litigato con quel dannato carrello-pesa-valigie.
Sto diventando un tutt’uno con il divano e soprattutto con il frigo.
Passo dal poc-corn bruciacchiato alla coppa Malù.
A quest’ultima aggiungo pure il Nesquik.
Il mio corpo si sta espandendo per conquistare una nuova galassia e nemmeno il cinema in 3d mi renderebbe giustizia in questo periodo.
E a consolarmi ci pensa la mia cantante preferita, lei che con il suo peso-forma a fisarmonica oscilla tra i quaranta agli ottanti chili nel giro di un paio di esibizioni
Christina Aguilera. Ma che è successo che ti sei sfatta completamente quest’estate?
Ok, ricapitoliamo con calma tutto quanto.
Negli ultimi anni hai riscoperto il ritmo blues & jazz anni ’40, hai partorito un splendido bambino, ti sei divorziata perché ti sei accorta che tuo marito non era proprio un adone greco, hai festeggiato i dieci anni della tua carriera, hai inciso un album che nemmeno ho comprato, hai recitato con Cher in Burlesque e hai omaggiato Michael Jackson con una grande esibizione.
E quel “grande” le malelingue l’hanno riferito anche al tuo fondoschiena.
Io sono oggettivo anche quando si parla di Christina, nonostante la ami e cerchi in tutti i modi di cantare le sue canzoni senza dover rottamare la mia mascella nell’immediato futuro.
Ho addirittura in camera la fotografia gigante di David La Chapelle in cui lei, vestita di leopardo con un copricapo di piume alto sei metri, cavalca un unicorno fucsia.
La sobrietà.

venerdì 18 novembre 2011

O LO SHOPPING O LA FAME.

Spesso e volentieri mi inacidisco per il mio ruolo di studente fuori-sede-fuori-nazione a causa di momenti neri in cui vorrei una carta di credito illimitata oppure una mano più bucata.
Il mio rapporto con i soldi è direttamente proporzionale ai miei rapporti interpersonali.
Entrambi rasentano la drammaturgia.
Diverse sono state le fasi della mia vita da che ho cominciato a guadagnare dei soldi in modo più o meno legale, diverso quindi è stato il mio rapporto con il portamonete.
Sono cambiato.
Da piccolo e scialacquatore a grande e tirchio? Più o meno.

Anno 2006: Appena diciannovenne sbarco nel mondo universitario e nella grande città. Dalla provincia milanese apro i miei orizzonti frequentando la Statale di Milano.
Inizio a guadagnare qualche soldo facendo il bagnino in piscina o il promoter di apparecchiature tecnologiche inutili (Io che non so distinguere un microonde da un Iphone) in qualche smarrito centro commerciale della Bassa Padana. Sempre in inverno. Sempre in mezzo ad una nebbia spaventosa.
Non dovevo fare la spesa, non dovevo pagare l’affitto, non dovevo avere l’ansia delle bollette in posta. Non mi sono mai comprato così tante cose in vita mia come in quei tre anni.
Il primo anno poi erano più le volte che stavo da H&M che a seguire le lezioni.
Borse, scarpe, magliette per la sera e magliette per il giorno, cappotti e cappelli come se avessi otto teste da coprire e una prole da vestire. Compravo qualsiasi cosa, sono riuscito anche a portarmi a casa un microfono funzionante solo perché era in saldo e stava male lasciarlo lì.
Io che sono stonato come Mara Venier.
Nel frattempo crescevo di grado diventando da bagnino a istruttore di nuoto a istruttore di fitness.
Bambini, neonati, adolescenti con l’acne, signore arzille, vecchie crampane.
Questa l’utenza con cui ogni giorno avevo a che fare dividendomi tra la Cappella Sistina e la civiltà bizantina.

Anno 2010: Mi laureo a 22 anni e decido di seguire un amore (finito malamente) a Strasbourg, in Francia. Nella mia testa si è palesata una voce.
“Vai in Francia e impara una lingua nuova che ti ha sempre affascinato, nel frattempo decidi cosa e dove vuoi andare a studiare.”
Sei mesi in cui ho speso tutti i risparmi di una breve vita, ho lavorato per una stilista di cappelli che manco mi pagava ma mi ha insegnato l’arte del creare (occasione che capita a pochi) e per racimolare qualche centesimo vendevo manufatti su internet.
Passavo le mie serate in compagnia di un cagnolino che per sei mesi è stata quella dolce metà che sostituiva l’altra inesistente. Qui ho iniziato a scrivere “seriamente” e a capire cosa volevo fare nella vita. È qui che ho capito quanto si possa faticare per arrivare a fine mese, quando capisci che quei 30 centesimi che non consideri possono invece comprare una baguette. Che pur di risparmiare 1,50 fai venti minuti a piedi per andare a lavoro anche se piove. Perché con quello che risparmi non vai da H&M ma ci fai la spesa. Ci mangi.
È stata un’esperienza stimolante ma anche faticosa.

lunedì 14 novembre 2011

LA MUSA DELLO STRAVAGANTE



Potrete leggere questo articolo anche qui: 

Quando si prova a scrivere su qualcuno che è molto lontano da noi, tutto diventa più semplice.
Ma nello stesso tempo ci si avvicina con inquietudine.
Avrò capito la sua essenza? Saprò rendere a parole una vita che esula da ogni concetto?
Sono  queste le domande che mi sono posto dopo aver scelto di voler parlare di un nuovo personaggio. Di una donna, come spesso accade in questi ritratti che vi offro.
Daphne è già un nome che ha di per sé un sapore mitologico, fantasioso. Una ninfa, uno spiritello, una musa dello stravagante.
Posto vicino al cognome Guinness, fondatore di quella birra da pub irlandese consumato su tavolacci di legno con noccioline o pistacchi, diventa Daphne Guinness, colei che di tutto ha un bel po’.
Eleganza, fantasia e pazzia, charme e genio.
Ingredienti che hanno esaltato quel germe chiamato “moda” nato e cresciuto con l’età.
È l’età infatti che ha consacrato questo interesse in passione, e non in una passione qualunque, ma in quella di un puntiglioso e indagatore collezionista.
Si possono collezionare monete, francobolli, fumetti o semplicemente vestiti.
Perché nessuno parla di questo genere di collezionismo? Forse perché gli abiti servono, li usiamo quotidianamente per rispondere al mondo su cosa siamo e su cosa vorremmo essere, mentre i francobolli o le cartoline rimangono attimi intrappolati in pesanti faldoni.
Fotografata da David La Chapelle.

giovedì 10 novembre 2011

NOSTALGIA ANNI '90.


Il mondo va a rotoli e noi ce ne freghiamo.
Berlusconi tenta disperatamente di non cadere attaccandosi alle tette della Santanchè, Genova si allaga, Amanda Knox si dichiara ancora innocente ma noi ogni mattina abbiniamo la giacca ai pantaloni.
Io spesso e volentieri non riesco a fare manco quello.
Mi consola il fatto che c’è sempre qualcuno vestito peggio di me, in questo caso Maria la secchiona catalana è il soggetto verso cui roteare i miei sguardi di dissenso.
Il mondo cade a pezzi ma Donatella Versace ci regala sprazzi di luce divina mostrandoci il frutto della sua ingegnosa operazione/collaborazione con il marchio low cost H&M.
Lo so, vi hanno grattugiato i maroni con questa campagna e lo so, io non sono nessuno per scrivere se dovete o non dovete andare a litigare con mezza città, però alcuni commenti pungenti fatemeli fare altrimenti comincio a tirare padelle.
Ci mancano gli anni ’90.
Lo abbiamo capito già dalle prime collezioni di quest’anno. Io le ho ignorate tutte ma colgo lo stile anche solo guardando una povera spagnola che cerca di imitare disgraziatamente qualche servizio di Vogue.
L’anno scorso avevamo voglia di leggins con le staffe, magliette larghe, colori frutto di qualche dramma consumato in lavatrice, quest’anno torna il color senape, l’arancio che sembra rosso e delle fantasie che Brenda Walsh potrebbe commuoversi.

domenica 6 novembre 2011

E io che volevo la foto segnaletica.


Succede che anche in terra spagnola arriva una temperatura simile a quella che si dovrebbe percepire in autunno, si smette di andare al mare la domenica e soprattutto ci si copre.
Le ragazze iniziano lo sciopero della ceretta.
Tarragona è una città che ormai abbiamo colonizzato, in giro ci siamo solo noi, i catalani giocano a carte in casa, organizzano la secessione, mentre noi indisturbati tentiamo di capire la loro misteriosa lingua e beviamo la loro cervezita ad un solo euro.
Quando piove le strade diventano ruscelli e io rischio la vita ad ogni passo perché ancora sono convinto che le All star siano scarpe invernali. È più forte di me, non me la sento di abbandonarle dentro ad un’ insipida scarpiera.
Scarpiera che contiene gli odori più sovrannaturali di tutto il sistema solare.
Mandiamo qualsiasi cosa sulla Luna, disegniamo deodoranti per ambienti che si mimetizzano con la nostra splendida collezione di sassi, ma non siamo capaci di produrre delle scarpe che non sappiano di cimice una volta indossate.
Quando piove l’unico mio desiderio è indossare un pigiama diserotizzante con l’elastico ormai consumato, dai colori miscelati senza un criterio prestabilito, con bottoni saltati mai ricuciti e avvolto in una calda coperta cinese morire sul divano. O sul letto.
“Che si fa stasera?” mi chiedono credendomi un animale da party.
“Tè caldo e film?” rispondo pregandoli in ginocchio.
“No. Festa dalle ragazze polacche. Alle dieci sotto casa delle milanesi.”

giovedì 3 novembre 2011

CIAO, ESCO CON TUA MADRE.

Immaginatemi all’ora di cena. Mentre mangio il mio merluzzo bruciacchiato oppure mentre aspetto che qualche benefattore mi inviti a cena.
E immaginate i programmi che la televisione spagnola offre.
Prima di poter sorridere con “Sexo en Nueva York” bisogna voler commettere un infanticidio guardando “Super Nanny”.
Questa martire spagnola si sacrifica per la sopravvivenza psicologica di genitori sull’orlo di una crisi di nervi, insegnando a dei “bambini” posseduti come ci si comporta in una famiglia che aspira alla partecipazione sociale.
Questo programma inizia con delle urla disumane.
E finisce con delle urla disumane. Lei poi, ricoverata d’urgenza al reparto otorinolaringoiatra fa finta di essere soddisfatta del proprio lavoro.
L’alternativa è un programma su Mtv, il che è tutto dire.
In questo show un ragazzo deve uscire con due ragazze. Ma siccome gli americani devono sempre dimostrare l’idiozia della propria gioventù, lui decide di uscire con le rispettive madri che cercheranno in tutti i modi di rovinare la reputazione delle figlie.
Lui a fine puntata, senza aver visto personalmente le ragazze, dovrà scegliere quella con cui avere un successivo appuntamento.
Non è così male. È ancora peggio.

La presentazione della coppia madre-figlia è qualcosa di agghiacciante.
La giovane ventenne è bionda, scema e con le tette talmente in alto che sembrano tonsille in espansione, dice qualcosa di cretino come “Ciao, sono Kristen, ho 21 anni e mi piace molto la musica da discoteca”, segue un balletto “sexy” davanti ad una madre che al posto di scaraventarla a pulire la muffa della vasca da bagno, le tiene il ritmo.
La madre quarantacinquenne è in una fase difficile della sua vita.
Si sente vecchia, vede le tette della figlia in alto e le sue a livello delle ginocchia, si mette in gioco ma appare ancora peggio di quello che potrebbe essere se stesse seduta a fare il decoupage tutto il giorno.
“Mia figlia è la mia migliore amica”. Eccola, la frase che fa sempre sanguinare le mie orecchie.
No. Tua madre non può essere tua amica, figuriamoci la migliore poi.
Può essere una mamma amichevole, una mamma simpatica, una mamma sagace, ma non quell’amica a cui racconti tutto, quella a cui racconti che hai fatto un sogno erotico sul tuo professore di spagnolo o che hai tentato di baciare il ragazzo della tua amica dopo aver bevuto vodka come fosse acqua frizzante.
Non posso crederlo possibile.
Poi le due fanno qualche scenetta insieme, dicono qualche cretinata come “Mamma, non dirgli però che mi piacciono i ragazzi belli e dannati” oppure “Mamma, dagli questa tiara che ho vinto al concorso di bellezza quando avevo 4 anni, per me è importante”.
Immagino lui e le sue lacrime di commozione quando vedrà arrivare questa casalinga malconcia con un diadema trovato nelle figurine di Barbie Fiocco di Neve.

mercoledì 26 ottobre 2011

Giulia & la Moda


Se mi vedeste in questo esatto istante non mi permettereste mai di parlare di moda.
Mangio poc-corn in modo compulsivo, bevo qualcosa composto al 90% da anidride carbonica e guardo serie tv. Sono nel perfetto mood “Erasmus spagnolo sotto la pioggia”.
Parlare di moda.
Sempre difficile, soprattutto è difficile voler descrivere qualcuno che lavori nel campo minato della moda senza inceppare sempre nelle banalità. Ho descritto personaggi celebri, personaggi della storia della moda e ora ho scelto lei. Giulia.
Chi mi segue conosce quanto ho scritto sulla categoria delle “fashion bloggers” e sa quanto io non segua molto il fenomeno e quanto non me ne occupi personalmente.
Non mi piace il fanatismo in generale e quando vedo ragazze normalissime ostentare una classe che non hanno, allora arriccio il mio naso per niente alla francese e commento.
Giulia questo arricciamento di nasone a patata non l’ha scatenato.
E premetto che questo post non è il risultato di uno scambio pubblicitario tra il mio e il suo blog, anzi, è stata una scelta dettata dal mio gusto personale che elogia il suo. Tutto qui.

venerdì 21 ottobre 2011

MARCO POLO INSEGNA.


“Ragazze ci vediamo domani mattina al corso di catalano”
“Ma sei sicuro che vieni se fai nottata?”
“Ovvio, non voglio che Maria Cecilia la colombiana abbia il sopravvento su Barbie. Ci sarò”.
Difficile mentire sostenendo che la sveglia non è suonata quando in realtà non l’hai nemmeno impostata, quindi tento di rendere produttivo un tranquillo venerdì mattina seguito da un suicidio necessario alla piscina comunale.
Ogni mese l’università di medicina organizza una festa a cui ovviamente noi Erasmus siamo invitati spacciandocela come l’evento migliore su questo angolo di crosta terrestre.
“C’è la gente giusta, la location giusta e costa poco”
Risultato: 12 euro che mi sono rimasti sullo stomaco in quanto questo mese conto anche i centesimi, tra la gente giusta c’era una mezza pazza che con la pancia di fuori inveiva contro un mondo a lei troppo stretto e la location prevedeva due sale di cui una adibita a bagno.
Ma si sa che noi studenti dalle poche risorse economiche ci divertiamo ovunque, dateci uno sgabuzzino, qualcuno di cui parlare male, metteteci “Wannabe” delle Spice Girls e siamo felici.
All’entrata ti assegnano un numero, ti mettono un bollino blu in testa, uno verde se sei single, uno rosso se sei fidanzato. Sembravamo dei Twister tridimensionali.
La ragazza all’entrata subito mi appiccica quello verde.
Cosa avrò voluto dire con quel gesto non richiesto? Che non mi fila nessuno?
Inutile lamentarsi, ci ha preso in pieno.
Una spagnola vicino a me invece pare dubbiosa.
“Verde o rosso?” pensava.
“Scusa ma non c’è un colore a metà tra il rosso e il verde? No perché sai, io non sono fidanzata ufficialmente su Facebook, però sto uscendo con un ragazzo, è una situazione intermedia che non so gestire molto, insomma, è un dramma però io sono felice. Non ti sembro felice?”
Verde.

Dentro inizia la festa. Si balla mentre sul bancone del bar si dimenano due cubiste e un cubista.
Pardon. Ragazzi immagine. Altrimenti è come se dicessi “netturbino” al posto di “operatore ecologico”, dobbiamo rispettare tutte le categorie lavorative.
Insomma, le cubiste indossano anti estetiche lenti con montature scadenti, masticano cicche come i cavalli il fieno e da vicino sono davvero poco attraenti. Poi che cubista sei senza un tribale sul braccio, una geisha giapponese sulla spalla e un unicorno sul fianco?
Meno male che si sono salvate almeno con il piercing all’ombelico, almeno quello.
Una in particolare ha attirato la nostra attenzione perché girata di spalle, appoggiata al muro con le mani, inizia un imbarazzante movimento convulso di fondoschiena e cosce.
Un Tesmed senza elettrodi.
Una di quelle cinghie rassodanti proposte da Mastrota il lunedì mattina verso le dieci e mezza del mattino, tra Mattino Cinque e Forum.
“Ma lei chi è?” ci chiediamo indicando una ragazza cinese con cui il nostro amico italiano cerca di avere una conversazione etno-culturale.
“Ah sì, è una ragazza che studia qui, ha un nome impronunciabile quindi la chiamano Ophelia”
“E perché mai?”
“Non fare domande, piuttosto guarda che bei capelli”
“Non fare domande, piuttosto guarda come balla” rispondo ipnotizzato.

lunedì 17 ottobre 2011

IL DECALOGO DEL BUON LITIGIO

"La devi finire di spremere il dentifricio dal mezzo, PIRLA"

“L’amore non è bello se non è litigarello”.
Questo è uno di quegli insegnamenti che noi adolescenti rincoglioniti dagli ormoni scrivevamo sulla Smemoranda mentre la professoressa di disegno cercava di spiegare come la malattia mentale di Van Gogh abbia influenzato la sua arte. Ovviamente non ci riusciva e si dava alle sedute spiritiche.
Litigare è umano ma implica regole, discussioni in cui ci si dimentica dell’italiano, lancio di piatti e congiuntivi.
“La devi smettere, se io saresti stato tu, non avessi mai agito così” si urla mentre la giugulare chiede pietà e i vicini vorrebbero vedere “C’è posta per te” senza essere disturbati.
Pianti, lacrime e strascico di morti e feriti.
Perché si litiga? E soprattutto, chi ci da la forza di litigare?
Quando si è bambini si discute con la mamma perché si preferisce l’ovetto di cioccolato alla minestra che ci prepara con tanto amore, quando si è adolescenti perché si vuole uscire fino a notte fonda e abbiamo il coprifuoco alle undici e tre quarti. La parola “mezzanotte” fa paura e intimorisce i genitori apprensivi.
E quando si diventa “adulti”? Si diventa ancora più cerebrolesi. Questa è la verità.
Le litigate virtuali poi sono le più divertenti ma anche quelle che ti innervosiscono più della panettiera catalana che non capisce quando le dici “Vorrei una baguette”. Eh sì che ho vissuto in Francia e so scandire bene la parola B-A-G-H-E-T-T.
Prendete due persone, uomo o donna che siano, metteteli insieme e date loro un’occasione per litigare.
Il motivo del litigio può essere: uno sbuffo di noia, una parola non detta, una gelosia inutile.
Date poi loro un computer e il risultato sarà una serie di comportamenti standard.

sabato 15 ottobre 2011

Basta che scrivo

Ciao. E' sabato mattina e non devo fare la pulizie.
Sulla mia scrivania c'è un tornado di oggetti inutili. "Che ci fa lo scontrino del Suma di settimana scorsa?", reperto archeologico di un sfogo nervoso sul cibo.
C'è anche un post it che mi ricorda "POST TARRAGONA" e alla mente mi sovviene che avevo promesso di pubblicare proprio oggi un "articolo" che ho avuto l'onore di scrivere per un altro sito.
Insomma, ad ogni blogger che si rispetti  vengono proposte delle "collaborazioni".
Ovvero:
ti scrivono un'email e ti dicono "Vuoi collaborare con me?".
Alcuni ti propinano imbarazzanti orologi colorati che devi celebrare come fossero la cosa più bella che l'uomo abbia inventato, altri invece ti pensano un "fashion blogger" e ti vogliono spedire a casa la linea di abbigliamento progettata da loro, ti dicono "Il tuo blog è meraviglioso, proprio quello che fa per noi" salvo poi non averlo nemmeno mai aperto. 
Ho sempre rifiutato, non per snobismo ma per mancanza di interesse. Mi sentirei anche a disagio a ricevere a casa regali frutto di lavoro altrui per scrivere quattro banali complimenti su una cosa che nemmeno desta e sveglia la mia passione. Nada de nada.
Qui invece la posta in gioco era diversa.
Il blog Mara l'ha letto, le è piaciuto e ha deciso di coinvolgermi in un progetto molto carino.
Scrivere di viaggi. E far scrivere chi davvero i viaggi li fa.
"Che ne dici di scriverci un articolo sulla Spagna, su Tarragona, d'altronde chi meglio di te può descriverla nei minimi dettagli come meta turistica?". Una collaborazione per cui vale la pena battere i tasti sul computer. 
E infatti questo è il frutto di questa bella proposta.


Godetevelo, sognate questa città che da due mesi mi ospita generosamente.

Un ringraziamento speciale a Mara.

Lollo

lunedì 10 ottobre 2011

MA SEI CRETINO?


Qui lei è vestita come una contadina bielorussa.
 Continua la mia collaborazione con il sito www.pensorosa.it

Prendete un comune esemplare maschio eterosessuale  di 38 anni. Alla meglio è sposato, ha due pargoli che fanno più rumore degli eserciti durante la Guerra Punica, ha una moglie che si è lasciata andare all’entusiasmante Acqua Gym ed è entrata nel trip del costume intero.
Guarderanno insieme la televisione fino a quando alle undici uno dei due crollerà sul divano con la bocca aperta e la bavetta. Tutto molto romantico.
E prendete invece un non comune esemplare di maschio eterosessuale (qui potrebbero sorgere dei dubbi viste le circostanze) sempre di 38 anni che ha un cognome che ricorda un ovino.
Lui è Leonardo di Caprio. Lui è il mio capro espiatorio. [Gioco parole interessante].
Solitamente leggo le colonne mondane di giornali o le chicche scandalistiche su internet, quei trafiletti che fanno bene al cuore dopo aver passato un’ora sulle notizie della legge bavaglino, della guerra in Libia e di tutti gli altri disastri di un mondo che vuole autodistruggere la propria bellezza.

Non devo riflettere sull’ultimo botox di qualche attrice, su quell’abito indossato in occasione del tal premio, dell’ultima sfilata di uno stilista che per me potrebbe tornare a vendere le mutande di Lycra al mercato del paese.
Ecco, in uno di questi momenti di analfabetismo culturale giunge la notizia che Leonardo di Caprio ha detto “TANTI SALUTI” anche a Blake Lively, l’idola delle ragazzine di tutto il mondo, protagonista di Gossip girl, soprannominata “colei-che-starebbe-d’incanto-anche-con-una-palandrana-di-pile-a-colori-fosforescenti”.
Scelta da Karl Lagerfeld come testimonial di Chanel, è quasi la perfezione fatta bionda. È bella, giovane, non sembra una diva mancata e non si crede un’attrice da Oscar, parla come se masticasse sempre un Cheese-Burger ma basta guardare le puntate in italiano così non dobbiamo nemmeno faticare per capire “I’m Serena Van Der Woodsen”. Sono spasimi sonori in realtà.
L’ha lasciata, ha sbolognato anche lei senza tanti complimenti e senza molti convenevoli, non so come quando e perché sia successo, non so se lui è stato delicato oppure le ha fatto scrivere su Skype come un qualsiasi Peter Pan di 38 anni suonati, ma dicono siano rimasti in buoni rapporti. Un modo per tranquillizzare la popolazione planetaria che a causa di questa notizia non dorme sonni tranquilli.
Passo indietro, flashback mentale. La mia mente pensa, soprattutto sotto la doccia.
“Ma Leo, non è quello che ha lasciato anche Bar Rafaeli?” dico impressionato dal mio sapere.
Sei un idiota.

giovedì 6 ottobre 2011

BINGO CATALANO


Alle elementari senza alcun motivo apparente si cantava la canzoncina “Mi chiamo Lola e son spagnola, per imparare l’italiano vado a scuola. Le mie sorelle sono tutte belle..”. Qualcuno dei miei molteplici traumi infantili mi ha fatto dimenticare il resto. Per fortuna.
Io potrei cantare “Mi chiamo Lorenzo detto Lollo, sono italiano e per imparare lo spagnolo mi sono iscritto al corso di catalano”. Lingua che ha dell’incredibile.
Noi Erasmus infatti abbiamo una capacità patriottica oltre misura, così parlando tra di noi e chiedendoci il perché uno debba oltrepassare Alpi e Pirenei per imparare un dialetto troviamo affinità con il nostro linguaggio quotidiano.
“Per imparare il catalano basta andare a Napoli” dice ADG (Antonia detta Giovanna). [Persona da non ascoltare in quanto la sua email è “folletta dei boschi verdi” o qualcosa di simile].
“Molte parole sono simili al milanese” diciamo io e altre due lombarde veraci.
“I numeri si dicono quasi come in francese” sostiene Lucie, raffinatissima parigina.
“Ha lo stesso accento del dialetto che parlo in Romania” conclude Alexandra.
Tutto il mondo è paese, ma non esageriamo.

Il corso di catalano mi piace perché sono l’unico ragazzo e non mi sento ignorante in quanto una povera sventurata ragazza cinese è più imbranata di me. Ho anche notato che utilizziamo la stessa tecnica, quando non capiamo qualcosa (ovvero il 90% di questi rumori intestinali chiamati lingua) sorridiamo e sbattiamo le ciglia. Il sorriso c’è, il movimento compulsivo delle ciglia non lo so perché ha degli occhiali che sono una sorta di binocolo satellitare.
La professoressa è molto simpatica, perlomeno prova a fare qualche battuta nella speranza che venga captata almeno da uno studente su quattro. Probabilità minime, si intende.
Insegna una lingua che non ha una sonorità particolarmente elegante, è un po’ ruspante, quasi gitana. Non ti immagini una delicata signora con il filo di perle che ti parla catalano e ti fa incantare ad ogni sillaba come succede invece con lo spagnolo, il celeberrimo castigliano.
Il primo livello del corso si chiama “di sopravvivenza” e qui già dovevo capire molte cose.  Consiste nell’apprendimento delle regole basilari, banalità del tipo “Come ti chiami?” “Di dove sei?” e “Come facevi a conoscere Tarragona se abiti in una città dimenticata del Messico?”.
Io l’ho dovuta cercare su internet, figuriamoci lei, Cecilia la mia compagna messicana, soprannominata da me medesimo Betty Suarez per una perfetta sincronia con il personaggio televisivo.
In catalano per conoscere il nome di una persona devi chiederli “Chi sei?”.
Ovvero: Chi minchia sei tu che ti palesi ai miei occhi in questo momento?
Non è molto carino ma evviva le differenze linguistiche.
Accanto a me c’è una forte rappresentanza dell’America Latina, c’è perfino Ana Laura, la cinquantenne brasiliana che parla solo portoghese e passa le lezioni con uno zainetto colorato sulle spalle. Madelina la modella rumena è una delle poche europee insieme a me e ad un’altra di cui non riesco a comprendere la provenienza.
“Ha proprio la faccia da polacca” penso. Come minimo è araba.