venerdì 21 dicembre 2012

CRONACA DI UNA LAUREA PER BENE



Questi e altri deliri nel mio primo libro ebook "Pezzenti con il papillon", lettura disimpegnata ideale per il Natale.


Mi sono laureato, “Auguri” “Complimenti “E ORA?” “Che farai DOPO?”.
Tranquilli che non vengo a chiedere l’elemosina, al massimo vengo a farvi la polvere al posto della domestica cilena.
Tralasciando il risultato, il titolo onorifico e l’occasione in sé vorrei narrare ai posteri tutti quegli accadimenti che negli anni saranno argomenti di conversazione a pranzi di Natale e battesimi mondani.
Mi sono laureato a Parma il 19 dicembre 2012, parto il giorno prima dalla campagna milanese e vengo ospitato dal mio fedele amico parmigiano e dal suo gatto Frank, così soffice che nel mio cruento pensiero si trasforma in candido colbacco, ideale per un week end ad alta quota o per la Messa di Natale.

La mattina seguente, dopo una notte insonne in cui ho elucubrato tutte le sfighe che potevano giungere in prossimità di quel momento, mi sveglio, mi lavo, mi imbottisco di una decina di compresse Imodium e aleggio all’Università, nella prestigiosa Aula Magna con la consapevolezza che posso studiare storia dell’Arte per altri mille anni ma le pseudo-sculture di Arnaldo Pomodoro disseminate qua e là mi faranno sempre vomitare.
La mia discussione è prevista per le 9.45 e alle 9.15 nessuno della mia famiglia respirava affannosamente nelle mie immediate vicinanze. Avevo dato precisissime direttive sull’ora della sveglia, sulla destinazione, sul parcheggio e  istruito ogni singolo membro sui vari incroci con semaforo. “DOVE SONO?” ho chiesto come Miranda Priestley quando aspetta il suo caffè mattutino.
“Stiamo arrivando”.
Scorgo il lunghissimo labirinto e vedo Mamma, Papà, sorella, poi Riccardo e Lisa, entrambi inconsapevoli vittime di un viaggio in macchina Milano-Parma. E infine un’ultima macchia di colore.
È Penelope.
Il cane.
Non ho mai conosciuto nessuno che alla propria laurea avesse con sé un cucciolo di cane che minacciasse di abbaiare durante l’approfondita discussione della tesi.

lunedì 17 dicembre 2012

HEY PONTIFEX, IL MIO VISONE HA UN PELO BIANCO



E’ dicembre, fa freddo, se non spali la neve davanti a casa rischi di catapultarti a pelle d’orso facendo divertire la colf della vicina di casa che misteriosamente sbatte il tappeto finto persiano sul balcone, e poi “Enigmi Alieni” ripropone a ruota libera documentari sui Maya convincendoti che gli antichi extraterrestri sono talmente radicati nella nostra società che li puoi riconoscere ovunque.
Anche nelle impiegate delle poste con ricrescita brizzolata e cerchietto di plastica.

E nel cervello di Nicole Minetti.

Quest’ultimo è stato proprio nidificato.


In barba ai Maya e a queste dicerie sulla fine del mondo ho deciso di anticipare l’apocalisse concedendomi una pizza gigantesca sfidando un virus intestinale che ormai mi vuole troppo bene. In una pizzeria milanese, Pizza Ok, ci fanno sedere in mezzo ad altri due tavoli a distanza cinque centimetri così posso ascoltare i discorsi altrui.

A destra: due ventenni eterosessuali, accaldati, in maniche corte, bevono birra come normanni impazziti e discutono di donne.

“La rossa mi piaceva una cifra, sono andato a prenderla sotto casa, scende con un abitino cortissimo, accavalla le gambe e ciao, non riuscivo a parlarle”.

Segue però un discorso filosofico sul fatto che le belle ragazze spesso non hanno carisma e che portandole in giro può essere imbarazzante notare quanto siano prive di contenuti. Un ventenne serio, addirittura simpatico, pensavo si fossero estinti.


A sinistra: due amici gay a cena di cui uno sempre al telefono che beve acqua naturale temperatura ambiente, parla poco e solo di moda “Ho provato quella camicia di Prada, carina” e con la faccia schifata taglia la pizza lasciandone metà.


TANTE SBERLE QUANTO BRUTTO IL MAGLIONE CHE INDOSSAVA.

venerdì 14 dicembre 2012

MOLLO TUTTO (?) E APRO UNA MERCERIA



L’altro giorno ho incontrato a Milano la mia prozia, 82 anni, così per caso. Tornava da una passeggiata e osservando due querce in un giardino mi ha detto “Hai visto com’è strana la natura? Una ha perso quasi tutte le foglie, l’altra è rigogliosa”.
Alludeva alle mie calvizie precoci?
No, voleva solo ammirare i colori dell’autunno, cosa che non avrei minimamente fatto se non avessi incrociato la sua lenta e simpatica camminata.
Io e lei chiacchieriamo sempre come due compagni di banco, così mi ha narrato l’ultima novità del quartiere.
“C’è una merceria più avanti sul viale, pare l’abbia aperta questa grande manager di non so che cosa, si era stufata di tutte quelle pratiche là e ha mollato il lavoro per aprire il suo negozietto”.

Mi ha fatto molto riflettere, se una donna in carriera, una di quelle che le palle le strizza non solo al marito ma anche al capo branco di una nota multinazionale, lascia la sua vecchia vita per iniziare a parlare di orli e bottoni vuol dire che la merceria è ancora un’isola sicura, un luogo di vento calmo.
Grazie a un piccolo hobby che non mi porterà lontano ma è più rilassante di un pediluvio dopo sei ore con gli scarponi da sci, frequento molte mercerie e ho sempre riscontrato una grande umanità e un grande savoir faire. È la verità, chi lavora è sempre accogliente ed educato, chi ne è cliente ci entra con placidità.
Non è come andare in posta che se c’è fila ti innervosisci, in merceria ci possono anche essere venti vedove davanti a te, ti siedi e aspetti il tuo turno facendoti una gran chiacchierata in allegria.
A Melegnano ci sono Le Marcelline, due signore cordialissime che con la loro merceria di provincia riforniscono tutta la bassa padana milanese. Vuoi le calze color carne 85 denari super resistenti? Ce l’hanno. Cerchi disperatamente un’introvabile cerniera per quei pantaloni anni ’70? Ce l’hanno. Non puoi fare a meno di quella piccola sfumatura di raso? Loro ce l’hanno e sono contente di averlo.

sabato 8 dicembre 2012

LA PRIMA DELLA SCALA: LE REGOLE (NON DETTE)



Per amore della verità scrivo avvolto in un pantalone scozzese, maglione color carta da zucchero, camicia e bow tie allacciato, così, senza motivo alcuno.
E’ il giorno in cui Milano festeggia Sant’Ambrogio e nevica, nevica copiosamente.
Sant’Ambrogio è la festa per cui la classe media si reca alle bancarelle mentre la classe privilegiata è in attesa dell’evento mondano per antonomasia, la prima della Scala.
Esserci è un dovere sociale e vestirsi un dramma dalle molteplici preparazioni.
La piazza sgombra, la neve che fiocca e una Milano che di fronte a questo glamour sogna ad occhi aperti un lusso d’altri tempi, che male c’è, in tempo di austerità osservare l’eleganti gonne che frusciano verso l’ingresso illuminato, invidiare i gioielli scintillanti su decolleté non sempre di primo pelo.

La prima alla Scala accende i riflettori sull’alto rango milanese, su quelle famiglie che da generazioni si contendono i loggioni e il posto in platea “Suvvia, io voglio il balconcino damascato” e che non rinuncerebbero a questo evento nemmeno per una svendita degli ermellini papali.
Camilla Cederna scrisse che la vera famiglia milanese è quella che ha il loggione alla Scala e la tomba al Monumentale, e ancora dopo 100 anni, nonostante i loggioni non siano più immobili privati, la Milano “che conta” e “che paga” la pensa così.
Ogni anno le polemiche, ogni anno il riflettore però punta alla mondanità e a quell’eleganza superba che le signore sfoggiano quella sera, che sia per Wagner o per Verdi, il savoir faire che si respira nel ridotto è meglio di un Arbre Magique nella macchina di un tabagista.
La regola numero uno, diventata ormai tradizione, è la pelliccia. Puoi essere anche l’ultima arrivata nella cricca sociale milanese, puoi essere anche additata come “La signorina due divorzi che sposa il vecchio e asociale Conte tal-dei-tali per arricchirsi” ma la pelliccia la devi avere.

mercoledì 5 dicembre 2012

LE PAROLACCE NON SI ABBINANO ALLE PERLE



Milano è una città dove “E’ stato già fatto tutto” e purtroppo “Tutto è stato già inaugurato” quindi che tu abbia pubblicato un libro, se pur in versione digitale, o faccia delle cosine handmade  coltivando una tua naturale creatività, la gente difficilmente se ne interessa.
Sono lontani i tempi in cui la fucina dell’iniziativa portava a sé curiosi e perché no, esibizionisti, oggi si tende sempre a tralasciare un invito, mondano o più sempliciotto che sia.
È nel quadrilatero della moda (o delle Bermuda?) che sopravvive quello spirito che riesce a coniugare la strategia imprenditoriale alla frequentazione di un’alta società che domina la Madonnina, i più ermetici salotti e i loggioni de La Scala.

Dimenticate il banchetto nella piazza del paese di provincia o l’iscrizione al mercatino dell’antiquariato della zona, ora le socialité presentano le creazioni forgiate dalle loro curatissime mani nelle case più belle della città, istituendo un evento mondano che alcuni non si perderebbero per niente al mondo.
Gioielli con splendide pietre dalle sfumature più à la mode, “Oh come mi piace quel verde sottobosco con il dettaglio al lobo così brillante”, turchesi color mare in perfetta sintonia a quei rosa antico di grande raffinatezza.
Giovani che non si miscelano al mondo commerciale della moda, ragazze nate bene che si dedicano a un hobby forsennato che le costringe e rivedere gli schemi della propria creatività osando nei materiali e nei colori, senza mai eccedere da quelle regole di charme.

L’eleganza indubbia di gioielli dalle classiche forme ma dagli innovativi accostamenti cromatici sbrilluccica tra l’inaugurazione di una nuova mostra, “Pare ci sia una scultura che dicono assolutamente deliziosa” e quel cinema d’essai “Come mi piace l’odore del cinema in legno di una volta” che ancora sopravvive al cemento del progresso.
Le giovani imprenditrici organizzano queste presentazioni, poi tramutate in vendite, spesso benefiche, nelle loro case dagli inanimati stucchi color zafferano oppure nei salotti dei loro amici previa autorizzazione delle eleganti madri.

Milano e non solo, anche Bologna, Firenze, Roma, Torino e, très chic, Parigi.
Pochi ma ben selezionati gli invitati, frivole le conversazioni, bandite le parolacce, si serve il tè, un succo di frutta “Pesca, albicocca o ananas?” fino a un più audace prosecco sul finire del meriggio, “Frizzante grazie”, il tutto con estrema dovizia nei particolari.
Queste ragazze sanno ricevere, fanno beneficenza e la cordialità con cui si presentano anche agli amici degli amici o a quelli che “Passavo di qui e ho pensato di fare un saluto” curiosi di assaporare le creazioni handmade delle più, è dannatamente impeccabile.
“Il mio scopo è quello che ogni donna indossi un bel paio di orecchini” confessa l’ape regina del gruppo, quasi una missione umanitaria direi.
E quelli che realizza sono così raffinati che glielo auguriamo. 


Vi invito a scaricare e a leggere su Kindle, iPhone, iPad e anche sul pc la versione ebook del mio primo libro "Pezzenti con il Papillon", lo trovate qui

venerdì 30 novembre 2012

"PEZZENTI CON IL PAPILLON" DIVENTA E-BOOK O COME DIAVOLO SI DICE



Questa volta ho peccato di presunzione e ho tentato una strada alternativa.
Nell’aprile del 2011 vivevo a Parma, scrivevo tantissimo sia sul blog che su quei vari taccuini Moleskine su cui mi sono fatto venire numerosi crampi alla mano, e un giorno mi è balenata in mente l’idea malsana di raccogliere tutto in un “libro”.
Ho cominciato quindi a scrivere con un approccio più metodico, vedendo un filo conduttore in tutte quelle puntate apparentemente disparate, assumendo lo stesso punto di vista esterno per raccontare ciò che meglio conosco al mondo: me stesso.
Poi c’è stato l’Erasmus che ha ingigantito i miei sentimenti e la mia passione per la scrittura, tanti i personaggi buffi da descrivere, tante le battutacce da caserma che potevano far sorridere chiunque, questo ha fatto sì che tutto potesse prendere forma senza che io l’avessi imposta a priori.

Io così so scrivere, pezzi scuciti di vita con un po’ di humour, un po’ di risatine soffuse e la semplicità di cose che viviamo quotidianamente.
Così oggi, prendendo il giusto coraggio e mantenendo la giusta umiltà, ho deciso di pubblicare questo “libro” (difficile definirlo tale, i libri sono quelli di Dacia Maraini, di Camilla Cederna, io sono Lorenzo Bises, diamine) versione e-book su Amazon.
Perché?
Un semplice motivo: perché no?
Mi sono messo in gioco, sto provando a realizzare un mio sogno.
“Pezzenti con il papillon” è un polpettone, sapete quelle ricette della nonna dove lei butta dentro qualsiasi cosa trovi nel frigorifero perché deve partire per Cervia in vacanza? Ecco.
Io ci ho buttato tutto me stesso.
Ci sono le mie coinquiline pugliesi e la loro impegnativa madre, i miei amici e la mia famiglia, addirittura il segreto del budino di mia nonna, qualche pillola di moda, tante nefandezze del malcostume di provincia, i miei vizi e le mie poche virtù. E poi crisi relazionali, abbandoni nostalgici, vita notturna ed eleganti Vernissage. In questo libro si può trovare la vostra vita raccontata da me perché quello che ho vissuto io è quello che vivete voi tutti i giorni anche se in altre città.

C’è tutta la meravigliosa e divertentissima avventura dell’Erasmus, gli incontri fortuiti sul treno o sulla metropolitana, le domande strampalate dei bambini al corso di nuoto, i professori e la compagna tamarra delle elementari, insomma c’è tutto. Un polpettone con il papillon.
Ci sono pezzi estratti dal blog, quelli con cui abbiamo riso di più e con cui siamo entrati in contatto commento dopo commento, riadattati per il libro togliendo qualche fronzolo, altri invece sono del tutto inediti scritti appositamente per questo lavoro in cui ho creduto fin dal primo istante.
Insomma, è difficile parlare di questo libro per me che l’ho scritto.
Spero potrete farlo voi.
So che non sono Alfonso Luigi Marra e che non potrò mai avere uno strategismo sentimentale al pari livello di Manuela Arcuri, MA, ma sono sicuro che qualche risata sulla tazza del water ve la farò fare.
E per ogni copia scaricata vi mando un set di dodici pentole in acciaio Inox, un set per cuocere a castello (se mai riuscirete a eludere alcune delle leggi della termodinamica) e anche un materasso losangato per il vostro My Little Pony.
Se non vi ho convinto così allora il mio animo Mastrota si ritira a vita.

Altrimenti questo è il link dove trovare “Pezzenti con il papillon” così da leggerlo sul Kindle (?) sull' iPad (??) e sul vostro chiccosissimo iPhone (rischiando la paresi della cornea), e sul pc, possibilmente con un cuscino sotto al sedere

(Un grazie di cuore a Sarinski che davanti a una tazza di tè caldo mi ha detto “Provaci, fallo” mentre io ancora stavo pensando “Che meraviglia di capelli” seguito da “Oh Dio che shatush”).
E figurati se non scrivevo ancora la parola shatush, è un’ossessione la mia.

martedì 27 novembre 2012

GESU' VESTE DIOR


Qualcuno ci aveva provato prima di me.

Sono stufo della crisi economica.
Stufo di sentire la parola “Spread” che assomiglia a un onomatopeico rumore intestinale, stufo di osservare la pagina internet della mia Poste-Dio-l’abbia-in-gloria-Pay aspettando che qualcuno la ricarichi per sbaglio senza poi reclamare quell’ingente patrimonio, stufo di vedere piccoli presepini umili e pieni di pagliericci per i suoi abitanti.
Dov’è l’oro suntuoso? La vipperia? Il benessere sfacciato che fa tanto Dubai?
Ecco che mi sono immaginato una sacra famiglia che non ha niente a che vedere con quello che la nostra tradizione ha sposato, con qualche piccola (?) accortezza non ho avuto la presunzione di indagare la Bibbia ma l’ho proprio riscritta a modo mio.

venerdì 23 novembre 2012

PROFETA DEL "CAZZOCENE"



Grazie a Facebook e Twitter siamo travolti da una serie di informazioni altrui di cui poco ci interessa e anche dal punto di vista della lettura disimpegnata non sono divertenti.
Sono un grande sostenitore dell’informazione libera, o meglio, della cacata libera, se vuoi scrivere e condividere un tuo pensiero è molto più carino che questa faccia sorridere piuttosto che inalare ansia o peggio indifferenza.
Così se leggo su Twitter “Non si può aspettare una coicidenza per venti minuti. E per di più con una che si scaccola sotto al tuo naso” sorrido.
Da una parte c’è l’informazione “sto aspettando una coincidenza” che potrebbe passare inosservata o far volare un “E CHISSENE FREGA!”, dall’altra una battuta che pianta un sorriso e guarda al lato più buffo di una situazione più che quotidiana.

Poi aprendo Facebook leggo “STASERA BRACIOLA DI MAIALE” così, senza punto, senza salsa, senza condimento, senza battuta finale, senza una spiegazione logica o una motivazione valida. E allora lì siamo costretti a dire “CAZZOCENE”.
Dobbiamo tenerti il conto delle calorie? Consigliarti una dieta più consona? Invitarti a cena? Non lo so, suggerisci qualcosa perché dalla tua informazione uno potrebbe pensare che sei in cerca di approccio sessuale e che quel “braciola di maiale” corrisponde ad una tua fantasia erotica oppure che sei così appagata nella vita che quella braciola è la ciliegina sulla torta.
Io sostengo il CAZZOCENE che di questi tempi dovrebbe diventare una sorta di religione, posso anche sacrificarmi per questa causa umanitaria ed essere incoronato come PROFETA DEL CAZZOCENE.

venerdì 16 novembre 2012

LE REGOLE DEL NON-ABBANDONO



Il dramma della vita, oltre che sopportare il pesante fardello della stitichezza cronica, a parer mio, è la scelta del proprio compagno di vita.
E se non proprio di vita, almeno di una passeggiata in allegria.
Già è difficile avere a che fare con noi stessi, figuriamoci se poi volontariamente ci immischiamo in situazioni compromettenti per cui la pazienza diventa la dote a cui appellarci di più.
Metti conoscere qualcuno in un posto semplicissimo, ad esempio il supermercato, le dinamiche sarebbero le solite. Uno sguardo improvviso nel reparto surgelati, dove a causa di un freddo siberiano i vostri capezzoli attirano l’attenzione anche al bancone dei salumi e vengono chiamati in cassa centrale.
Poi uno sguardo più languido nel reparto scatolame, magari come capita (solo) nei film vi sfiorate le mani delicatamente mentre entrambi decidete che volete quel barattolo di piselli quando attorno siete assediati da altre cento marche.
Alla cassa, testimone la solita cassiera con le unghie finemente laccate e la rosellina disegnata, vi scambiate il numero e decidete di risentirvi per bere un DRINK insieme.

martedì 13 novembre 2012

MILANO VAL BENE UN PALTO'



 Il buon gusto è un privilegio che pochi hanno e saperlo plasmare fin da piccoli presuppone che i nostri genitori a loro volta l’abbiano assimilato con gli anni. Ho conosciuto Margherita Arlotta Tarino ad una vendita benefica a Torino, era la prima volta che osservavo i suoi vestiti per bambini e subito sono tornato indietro nel tempo.
Era il 1990, a tre anni a passeggio per Roma con mamma il sottoscritto indossava bermuda scozzesi con l’orlo ben preciso, camicette chiuse sul dietro a fiorellini o dalle fantasie Liberty, il maglione tirolese, il calzino blu con i buchi e il mocassino all’inglese.
Per le grandi occasioni il papillon e il blazer blu con i bottoncini in ottone.

Margherita dopo un’esperienza lavorativa da Luisa Beccaria ha deciso di decollare disegnando a Milano la sua linea infantile, dagli 0 ai 6 anni, ridando vita ad un gusto imperituro che purtroppo a volte si perde di vista a causa delle linee più commerciali.
Sono quegli abitini che da piccoli magari ci infastidivano con tutti quei fronzoli decorativi, noi che volevamo rotolarci al parco senza stare attenti a sporcare i pantaloni, ma che ora riescono anche a strapparci un impronunciabile “Non vedo l’ora di avere dei figli per vestirli così”.

lunedì 5 novembre 2012

IO, GUARDAROBIERE DELLA REGINA


"CHE TE POSSINO..."

Il mio pericoloso animo stalker non ammette abbandoni improvvisi e ha sempre voluto che coltivassi le tenere amicizie, quelle che valgono, fregandomene di varchi spazio temporali, viaggi infiniti su treni infiniti ed economici, telefonate prive di contenuto pseudo-intellettuale ma colme d’amore.
Così, spaccato a metà tra l’infanzia romana e il resto decadente della mia vita da provincialotto milanese conservo ancora le amicizie della capitale come un reliquiario sacro da venerare nei giorni di festa.
E in un giorno di festa, scrivendo ad una cara Sofia le dico che sarebbe ora di rivedersi senza aspettare un funerale o un matrimonio, eventi che per il momento speriamo di tenere molto alla larga. “Sofia, diamine, vieni a fare un salto a Milano, suvvia!” devo aver scritto e lei, senza timore e senza denunciare alla polizia postale quel “diamine” ha risposto che cadevo a fagiuolo in quanto a Milano a breve non avrebbe fatto solo un saltino ma ci avrebbe proprio piazzato il suo personale equipaggiamento.

giovedì 1 novembre 2012

SOLO LUI


"Dopo aver picchiato 30 persone il nodo della mia cravatta si è inspiegabilmente allentato"

Solo lui rincorre una spia segreta russa che vuol far saltare in aria il mondo avendo sempre ben infilata la camicia nei pantaloni. Solo lui annientando trenta energumeni arabi armati di mitra riesce a tenere ben annodata la cravatta senza che il collo diventi viola per lo sforzo.
Solo lui nei primi cinque minuti del film romba su una moto scavalcando i tetti di Istambul e le sue scarpe lucide come appena uscite dalla vetrina di Church’s. Solo lui al decimo minuto di film ha già amato più donne, solo lui dopo aver sconfitto il nemico, ucciso qualche centinaia di persone, saltato da un elicottero ad un veliero, da un sottomarino ad una canoa ha anche la voglia di fare l’amore con quella che prima lo voleva morto e dopo nudo.
Solo lui non soffre la sciatica, non si lamenta dei resti di quella pallottola ancora vaganti nel suo corpo, solo lui si auto-opera a cuore aperto annodando vene e capillari come se si rammendasse i calzini di Natale, solo lui non prende ferie e non approfitta di un falso certificato medico.

lunedì 29 ottobre 2012

L'ARTE SALOTTIERA


Camilla Cederna mentre "fa solotto".

Non molto tempo vigeva ancora per la buona società la regola di aprire il proprio salotto agli amici che non erano semplici conoscenti o umili compagni di scuola ma personalità di spicco nel mondo della cultura. Scrittori, poeti, qualche drammaturgo e perché no, attori e registi, capaci di conservare animando una serata là dove prima splendevano solo ragnatele e noiosità.
Amicizie scelte tra l’elite, conoscenti di cugini lontani, prototipi prescelti tra una lunga lista di “presentati”, di regola un dolce chardonnay, un forte whisky con ghiaccio e per le signore un martini liscio con un’oliva elegantemente infilzata da stuzzicanti d’argento.
Tante le aristocratiche decadute a poche cameriere e molti debiti che invano tentavano l’affollamento dei propri saloni, la dolce vita romana preferiva artisti e millantatori e non desueti cognomi illustri.

lunedì 22 ottobre 2012

DOVE FINISCONO GLI STRASS DELLA DOMENICA?



Io non so se borgheggio.
Tu borgheggi?
Dai, anche egli borgheggia!
Noi borgheggiamo sicuramente.
Voi borgheggiate?
Essi sono i primi a borgheggiare.

Questo lessico diventa più che famigliare in una nicchia, non tanto esclusiva, assidua frequentatrice di una discoteca milanese chiamata BORGO DEL TEMPO PERSO la domenica sera, un nome, un motivo di cazzeggio.
Dopo un’intera giornata passata a fare annose pulizie domestiche, ricerche archeologiche nei guardaroba, cambio di scarpe e pubbliche relazioni con abitanti dell’alta società meneghina, i borgatari o meglio, le borgheggiatrici, si animano per la preparazione in vista della serata.
Quando ero più giovane, inizio a raccontare come se mi trovassi davanti al camino acceso con una deliziosa giacca da camera in cachemire misto seta attorniato da nipoti (figli dei miei fratelli, si intende), frequentavo spesso la periferica discoteca, ora invece faccio una capatina al ritorno dal mare per sfoggiare l’abbronzatura e quando ho una camicia nuova per l’inverno.
Ieri  mi hanno un po’ trascinato, ma in fondo, tornare alle origini è sempre divertente.
I gay milanesi amano il borgo perché la musica è rassicurante, puoi ballare per dieci anni consecutivi la stessa canzone, così quelli che non hanno propriamente il ritmo nel sangue possono migliorare piano piano. 

E poi, c’è un altro luogo sulla Terra dove puoi ballare la sigla di “Denver” cantata da quella forgiatrice di omosessuali che è Cristina D’Avena?
NO, non esiste.
“DENVEEEEER, HAI GLI OCCHIALI E IL NASONE ALL’INSU’ DENVEEEEER”.
Urla di giubilo e ascelle pezzate per l’entusiasmo.
Dopo lo spettacolo di drag queen impiumate e indiamantate meglio di qualsiasi zarina, è la volta dei tre ballerini, lei al centro si crede Rihanna, i due accanto mezzi nudi e scivolosi come una saponetta sono “vestiti” con delle mutande di Lycra e hanno una stola di eco-pelliccia o ratto selvatico, difficile definire la differenza, in tinta.
Inizia la musica, qualche nota ed è subito “UHHHHHHHHHHH, E’ MADONNA”, il pubblico canta a squarciagola, i tre si dimenano come forsennati, è tutto un spasimo ed una moina, prima il broncio poi il lancio del ciuffo da destra a sinistra con finale in posa.
“I due ballerini hanno esaudito il loro più grande desiderio, si vede”.

sabato 20 ottobre 2012

IN ETA' DA MARITO


Tutte Cenerentole

MILANO
Fino agli anni ’80 a Milano l’idea di avere una figlia femmina presupponeva che fosse inserita nel più scintillante contesto sociale della città, blasone o doppio cognome che fosse l’educanda veniva spedita dalle suore, poi collegio in Svizzera, qualche settimana in Inghilterra durante l’estate perché migliorare l’accento anglosassone è sempre lodevole, si sa mai che il social climbing  porti direttamente alla corte dei Windsor, poi Università Cattolica del Sacro Cuore per una spolverata di materie umanistiche.

Ora tutto questo strimpellare di nomi e mondanità è caduto un po’ in disuso, i giovani rampolli si miscelano con incredibile fierezza tra i “borghesi” senza cachemire ed ecco che le nonne monarchiche non hanno più la capacità di forzare relazioni interpersonali tra sangue blu, ormai tendente all’azzurro pastello.
Quindi una Brivio-Sforza-Cesarini-d’Adda sposa un qualunquissimo Matteo Rossi.
Un Marzotto-Serbelloni-Mazzanti-vien-dal-mare sposa una slavata Valeria Bianchi.
Drammi sociali.

Ad un aperitivo organizzato con vecchi compagni di corso tra il solito chiacchiericcio in stile “E adesso che farai?” dove adesso non è riferito alla tua improvvisa vedovanza ma all’incerto futuro post-laurea, viene a galla qualche pettegolezzo inatteso.
“Ma che fine ha fatto Margherita Lusi Campo di Marte?” mi chiedono.
“Non ne ho la più pallida idea”.

domenica 14 ottobre 2012

SHATUSH O RICRESCITA?



Venerdì sera ho ripreso l’attività mondana grazie ad una mia amica, “festa spagnola a casa mia” diceva l’invito. “Spagnola” la nostalgia provata da noi ex Erasmus Tarragona 2011, “spagnola” la coinquilina contornata da connazionali, “spagnola” la musica nelle casse.
In realtà più che per conoscere la bella madrilena ero curioso di vedere il nuovo appartamento milanese, fresco di tinteggiatura, nuovo di fiamma nel bagno e nella cucina, ampio nella camera da letto padronale, “Ho tenuto le due porte così c’è una doppia via di fuga”, un ripostiglio facilmente trasformabile in cabina armadio, tortora i mobili, total white le pareti, un gioiellino il piccolo balcone sul corso principale.
E i vicini?

Il giorno prima ero stato ad una riunione di condominio e ho capito perché la provincia milanese e le villette a schiera non hanno poi così tanto da rimpiangere alla città, ecco il motivo della domanda.
“Tutti magistrati, c’è quello che nasce bene, figlio di un noto avvocato, il notaio di quell’altro ecc, fino alle undici meno un quarto possiamo stare, dopodiché meglio uscire”.
I condomini, scoprirò dopo a mie spese, sono quelle eccelse personalità che alle undici di venerdì sera restano affacciati ai loro davanzali come colombe affamate nell’attesa di qualche briciolina, per sfogare la loro rabbia su quel povero sventurato, il sottoscritto, a cui è toccato l’onere di gettare via le bottiglie di vetro facendo un leggerissimo e fulmineo rumore.
“Non si butta il vetro a quest’ora, domattina!” rumoreggia più lui che il Trebbiano dei colli Piacentini.

mercoledì 10 ottobre 2012

FENOMENOLOGIA DI TWITTER



Io, che mi sento un Merlettaio del costume  nel profondo, sono approdato su Twitter più di un anno fa durante la noia di un solito sabato pomeriggio, spinto dal Gay Pride in diretta su La7 e dai commenti ludici che mi si piantavano in testa, i quali dovevano essere estrapolati, plasmati e pubblicati.
Facebook, diventato ormai patria di gattini abbandonati, cani maltrattati, politicizzanti egocentrici, veline in pausa pranzo e cultori del piede smaltato, mi aveva un po’ annoiato e perciò sono diventato chiocciola seguito da nome e cognome, poco fantasioso in realtà ma era un mondo incontaminato e l’abitudine ha avuto il sopravvento.
Cosa ho scoperto?

Che le persone su Twitter sono simpatiche, è bello averci a che fare, entrare di soppiatto in uno scambio di idee non è maleducazione ma atteggiamento conviviale. Se tra due, poniamo Sarinski e La Zitella Acida, si accende una fitta conversazione rosa cipria tra il tortora Chanel e il rouge Dior, io posso immischiarmi come in una partita di rugby al femminile senza che nessuna mi dica “Hey, tu, frociarolo, chi minchia sei?”, domanda che Sarinski farebbe nella vita reale.

È un paradosso che oggi-giorno, parlo come un pensionato in fila allo sportello della posta, si socializza di più su Twitter che al bar del paese dove tutti bevono il bianchino per dimenticare le ultime tasse, la multa di ieri e il lavoro di domani.
Tra followers e following si instaura un rapporto simbiotico per cui tu non esisti se non esiste un altro che ti tira in mezzo, che ti risponde e che sembra interessarsi a quanto scrivi. È come alle feste anni ’60, tutti seduti attaccati alle pareti come soprammobili, le coppie iniziano a ballare e le signorine meno avvenenti sperano di non dover fare da tappezzeria ma ricevere uno straccio di invito almeno dal secchione con l’apparecchio e le ascelle fetide.

Gli snob non esistono.
 O meglio, non possono esistere perché lo snob che snobba è come un cretino che si crede un fisico nucleare, diventa insopportabile e acido come il latte scaduto tempo due tweet, così cancellato, defollowato e marchiato a fuoco. Lo snob vorrebbe rimanere sulle sue, scrivere qualcosa e mai interagire con gli altri.
Tanto per dire.

lunedì 8 ottobre 2012

NO BROWN IN TOWN


"Ma le calze arancioni?" "SENAPE, è un senape!"

“Cosa farai questo weekkkk end?” mi chiedono accentuando la k inverosimilmente americana.
“Tre giorni a Vallombrosa in mezzo alla foresta di abeti, in una casa alquanto umida che ha circa 109 anni, con altre dodici persone tutte appartenenti ai vari rami della mia famiglia, mangiando fino allo svenimento”.
“E tu?”
“Io al Plastic, non vedo l’ora, l’House of Bordello è il mio luogo preferito”.
“Capisco”.
Ecco.
Credo che al mondo ognuno di noi abbia un luogo preferito, il mio sicuramente non è una discoteca dove tutti giocano a chi è più assurdamente peggio vestito dell’altro come non lo è nemmeno il picco disperso di una montagna. Devo ancora trovarlo ma Vallombrosa è sulla buona strada per raggiungere il podio.
Così, una famiglia di cinque persone con un cane di nome Penelope raggiunge altre due famiglie composte da quattro persone per il fine settimana che non veste mondano, non ascolta musica a tutto volume ma chiacchiera e soprattutto, mangia.
“Non si andrà a Vallombrosa senza fare la brace vero?” ha subito chiesto preoccupato mio padre che per la carne ha una sorta di riverenza religiosa.
“Giammai”.
Così il barbecue è stato acceso sabato mattina e spento domenica sera, in piena attività abbiamo rischiato che la guardia forestale annunciasse l’incendio nel nostro giardino, per evitare la denuncia avremmo poi dovuto invitarli a tavola.
Una spedizione punitiva mattutina ha anche decretato lo stato generoso dei boschi, “Andiamo a prendere i funghi”, attività di cui non facevo parte da circa 15 anni, con entusiasmo ho gridato “Vengo anche io!”.
“Con quelle scarpe?”
“Sì perché?”
Le scarpe da barca in un sottobosco umido non sono adatte, dicono.
NO BROWN IN TOWN.

giovedì 4 ottobre 2012

ENZO MICCIO E LE ALZATINE ANTICHE



Un uggioso giovedì pomeriggio rimango assopito sul divano insieme alla mia piccola Penelope, niente televisione, un libro appena finito, nessuna voglia di riordinare la tesi, nessuna rivista patinata nel giro di pochi centimetri.
Avevo voglia di leggere qualcosa di spontaneo, per nulla impegnativo e che mi riportasse alla mente lontani mondi fantastici senza crisi economica, ansia da spread o titanici tassi di disoccupazioni.
Il mio sguardo si posa improvvisamente sull’ultimo “A caval donato non si guarda in bocca”, un libro che mi è stato regalato in anteprima e che a causa dei continui impegni universitari è rimasto vittima della polvere accumulatasi nella camera/ufficio/cabina armadio.
Titolo: CERCANDO GRACE.
Autore: ENZO MICCIO.
Lo so, tanti di voi potrebbe anche storcere il naso. Io no. Niente pregiudizi dal momento che perfino il sottoscritto vorrebbe prima o poi pubblicare qualcosa che non sia autocensurato su questo blog.
Quindi, preso il libro in mano e tolto la copertina patinata sono rimasto a tu per tu con il volume, tra l’altro, un bellissimo colore, carta da zucchero? Grigiastro/azzurro? Enzo, vienimi in aiuto.
L’inizio è molto divertente, si è fin da subito calati nell’ambiente lavorativo di Enzo che alle prese con spose isteriche e ricercatezze nuziali sembra impazzire in minuziosi dettagli sfogandosi con Sara, l’assistente-sempre-paziente.
La vicenda si concentra sul nome di Grace che non è l’ultima amica inseparabile di Paris Hilton o il nuovo reggiseno Intimissimi ma quella Grace che ha fatto storia e di cui si sono contati (ahimè) trent’anni dal giorno della sua improvvisa scomparsa.

lunedì 1 ottobre 2012

MADONNARI VS LITTLE MONSTERS



C’è la crisi economica. Lo sappiamo.
I giovani non hanno voglia di fare una ceppa, perdono tempo su Twitter, tengono blog inutili in cui argomentano su cose inutili, si vestono male, sputano per terra, passano davanti alle anziane signore in fila alle poste, non sanno scrivere in italiano, non si interessano di politica, non leggono giornali e libri ma sfogliano Facebook sull’i-Pad, non accompagnano le madri a far la spesa e non esistono più quelle stramaledette mezze stagioni.
Sappiamo anche questo.
In questi giorni i più discussi argomenti di dibattito sono i seguenti.
La coda per comprare alla mezzanotte di venerdì 28 settembre il nuovo i-Phone e la coda cominciata già il giorno prima per il concerto di Lady Gaga a Milano il 2 ottobre dell’anno del signore 2012.
E se il Signore Nostro Padre Eterno Santità di tutte le Santità ha voluto che l’umanità vivesse senza i-Phone e senza la Germanotta per 2010 anni, ora sembra che non possa più farne a meno.
Tutti devono esprimere la propria opinione su tutto, così i Social Networks non si accontentano di sorridere ad una data sovrascrittura, ma bisogna per forza soffermarsi su ogni e minimo dettaglio, osservare da vicino il fenomeno e, dati alla mano, rompere i maroni finché uno straziato dica “HAI RAGIONE, HAI RAGIONE TU, IL NUOVO I-PHONE E’ UNA COSMICA CACATA” perché ovviamente gli argomenti in questione non sono l’indignazione sociale e la disoccupazione ma il modo in cui un italiano sceglie di spendere i propri e sudati soldi e le seguenti lamentele banali sulla crisi.
Io sono il primo esponente del partito scriviamo-cacate-online e questo blog ne è la prova incontrovertibile, ma quello che non tollero è concedere alle banalità quel gusto di profondo sapere, se parliamo di un i-Phone, tanto per rimanere sull’aggiornato, è divertente fare ironia e scambiarsi battute sarcastiche a riguardo, ed è, a mio parere, assurdo che nascano delle vere e proprie sette di comando pronte a litigare per ore, commento dopo commento.
Così, dallo stesso impulso, nasce la fazione che vede contrastarsi il fan di Madonna, il Madonnaro, e il fan di Lady Gaga che, mi sembra di capire, venga chiamato Little Monster.

giovedì 27 settembre 2012

KEIRA, E' TROPPO PER ME

Crinolina e piume bianche, una Dea dell'Ottocento
Veletta e allure anni '40
Questa foto è meravigliosa, il cappellino sarà firmato Stephen Jones?
Per una persona come me, fanaticamente rivolto al passato, aggrappato all’immaginario romantico ottocentesco, cresciuto a pane e Sissi con Romi Schneider così bella da far male, amante dei film in costume, l’annuncio di Keira Knightley nei panni di Anna Karenina è stato meglio di un acquisto pseudo-impulsivo in un negozio di bow tie.
La passione per il costume è insita in me da quando ho memoria, per l’appunto a sette anni, mentre i miei compagni giocavano alle tartarughe Ninja, io registravo Sissi, lo guardavo con mia madre ogni estate e conoscevo a memoria tutti i bagliori degli abiti imperiali ricostruiti perfettamente.
Lo so, è un comportamento che si addice più ad Enzo Miccio piuttosto che ad un comune infante dai romani natali, ma non mi vergogno a dirlo, anzi, credo di aver imparato molto da questi film in cui un’epoca lontana è riadattata ai giorni nostri.
E Keira in costume è qualcosa di sorprendentemente incantevole.
Non ho mai visto una donna così ben radicata nei personaggi storici che interpreta, si plasma in abiti che non le appartengono e che non ci appartengono se non per immaginario collettivo, il prezioso lavoro dei sarti viene esaltato da lei che pare figlia di un nostalgico Ottocento.

lunedì 24 settembre 2012

MISSONI E LA RAGAZZA DEL 24



[Non ho letto un comunicato stampa, non ho cercato alcuna dichiarazione della stilista e nemmeno un commento a riguardo, questa sera tento con le mie forze e le mie parole ad interpretare direttamente gli abiti, a cercare di farmi suggerire ciò che vogliono evocare, errori compresi, perché la moda oltre che essere un’arte è anche una scienza metodica].

In una Milano di rabbuiamenti mondani, di cliché fastidiosi e di personaggi che più che al mondo della moda sembrano appartenere ad un circo in pausa pranzo, la sfilata di Missoni è un vento fresco, un sorriso spontaneo, un (buon) gusto che rinasce. I pochi e fortunati eletti che hanno l’onore di partecipare come primi spettatori rifuggono da quel marasma generale di parvenu che alle sfilate non osservano ma twittano, niente pose da tappeto rosso ma una grande riverenza dedicata alla famiglia di Sumirago, in attesa che Angela dia a Missoni quel che è di Missoni, ovvero bei vestiti e iridescenti colori.

Le modelle aprono la serie con abiti dal candido biancore, una miscela tra la sottoveste in raso di seta e quel pizzo di Bruxelles che le nostre nonne ricevevano in dote, bluse smanicate leggermente più aderenti sul seno si lasciano andare più ampie fermandosi a metà coscia, sotto pantaloni tono su tono al ginocchio o alla caviglia. Leggere e mai volgari le trasparenze alternate a tessuto pieno, maniche a pipistrello svolazzanti come ruches, abitini frizzanti per una sera d’estate quando si affollano le piazzette di Porto Ercole e Lipari.
Dopo il bianco si accendono i colori, l’arancio, l’amaranto e le nuance più delicate, tra il crema e rosa cipria,  che colmano i vuoti cromatici degli abiti precedenti ma non trasformano le linee, sempre svasate, a calice rovesciato, il tessuto si apre lungo le curve, le accarezza e il motivo a segmenti spezzati regala una tridimensionalità maggiore. Qua e là fa capolino anche il grigio glacés sulle spalle o appena sopra al seno sempre ben nascosto da castigati corpini accollati.

mercoledì 19 settembre 2012

LA GUERRA DELLA MODA


Quando si dice "Basta esserci".

A Milano si è aperta la settimana della moda femminile, quei sei giorni in cui la parola d’ordine diventa “fretta”. In fretta alla sfilata, di fretta la modella sul tram, la fretta della stilista, ha fretta la giornalista di scrivere la sua colonna di costume, su di fretta e giù di fretta dalle scale, dalle auto scure, dalle biciclette, dagli scooter e dai tacchi alti una volta rientrati nel proprio spazio intimo.
La città si trasforma in un campo di battaglia, i fulmini saettanti di atletici fotografi che compiono destrezze olimpioniche pur di immortalare l’evanescente modella, i colpi di coda della noiosa che non è stata accreditata, il capriccio della signora bene al quale è stato concesso un posto standing. Che male c’è a stare in piedi, dopotutto in piedi ormai si fa tutto, ci si fa la doccia, ci si mangia perché oramai sono rare le cene a sedere, e con più fantasia ci si fa anche l’amore, perché allora è considerato così denigrante assistere ad una sfilata in piedi?
Il mistero è svelato dietro un broncio poco elegante.

lunedì 17 settembre 2012

IL SABATO DEL COIFFEUR


Il grembiule sotto al casco fa così chic

Si sa, le signore bene di una Milano da bere amano andare dal coiffeur al sabato, è il loro momento, il loro capriccio, il loro angolo di godimento. Si potrebbe pensare che vadano al sabato a causa di un’agenda settimanale carica di appuntamenti annotati con una leggera linea di stilografica, ma in realtà tra un brunch al circolo del golf e una seduta dalla migliore psicoterapeuta della città, munita di targa in ottone presso un prestigioso stabile del centro, le signore il tempo per il parrucchiere al giovedì o al martedì tarda mattinata, ce l’avrebbero.
Andare dal parrucchiere al sabato è un ostentato modo di dire “Uh, che settimana!” “Come sono stanca, ho proprio bisogno di massaggio cervicale” oltre che essere un espediente per evitare di trovarsi a chiedere “solita piega, cara” in mezzo a pensionate dalle caviglie gonfie e capelli neve-a-Cortina.

sabato 15 settembre 2012

MODA A TUTTE LE ETA'


Intramontabile Marta Marzotto con i suoi caftani, la signora a febbraio ha spento 81 candeline

Potete leggere questo post anche su www.pensorosa.it 

Da quando ho compiuto i fatidici 25 anni, che per me sono assimilabili con il concetto di 24+1 nonostante la matematica sia una delle cose che detesto di più al mondo, sono diventato più saggio e conscio di ciò che mi appartiene.
Mi appartiene un peso-forma che non vorrei controllare mai.
Una stempiatura ormai più che declinata.
Una scrivania troppo disordinata.
Una grafomania inguaribile.
E un discreto senso del buon gusto.
Qualche giorno fa camminavo a Vallombrosa, in Toscana, luogo che agli inizi del ‘900 era un angolo di bel mondo in cui la mondanità italiana era solita ritrovarsi per la villeggiatura estiva, ora a popolarla solo over 70 dai nostalgici ricordi.
Osservavo il loro abbigliamento, il loro concetto di moda, la loro attitudine al sapersi ben vestire.
Jude Law che anche paparazzato per strada rimane uno degli uomini meglio vestiti del jet set