mercoledì 19 aprile 2017

LA SIGNORA DI PIAZZA TOMMASEO

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Quel pomeriggio a Milano si era alzato un vento anomalo, di quelli che improvvisamente fanno oscurare il cielo e poi lo rendono limpido, una folata d’aria così forte da far sibilare tutto e far tremare i vetri. In quel frangente c’ero io che pedalando sulla bicicletta pensavo che le alternative fossero due: farmi trasportare dal vento, ma ovviamente ero controcorrente, oppure prendere un tram.
La fortuna non è mai stata dalla mia, il tram 10 era appena passato e io che non voglio mai arrivare in ritardo agli appuntamenti decido che così pedalata dopo pedalata sarei arrivato sano salvo e cosparso di polvere alla mia meta: Piazza Tommaseo.
Chi ama Milano lo sa che Piazza Tommaseo è la pace dei sensi, per la quiete ovattata delle case avvolte da splendidi giardini, per i fregi Liberty di via Mascheroni e per quell’aria da quartiere con i bambini che scorazzano indisturbati giocando tra le magnolie che ad Aprile sono uno spettacolo meraviglioso.

E lì nello storico negozio che dal 1978 detiene il monopolio assoluto della piazza conosco finalmente questo personaggio quasi mitologico, la signora Pupi Solari in persona.
Accomodato nel salottino tra teiere d’argento ed eleganti ritratti di cagnolini la saluto quasi intimidito perché ne ho tanto sentito parlare negli anni e morivo dalla voglia di passare un po’ di tempo con lei per curiosità e simpatia.
Elegantissima e statuaria, tutti la chiamano Signora e non credo si possa fare altrimenti, con grandi occhi chiari e una chioma fiocco di neve tirata in modo perfetto, mi guarda e mi chiede “Che cosa posso raccontarle?”.
Quando squilla il telefono dice che sta facendo “l’intervista” e io sorrido perché non avevo delle vere e proprie domande per lei e non sono un giornalista professionista ma calato ormai in quel ruolo ho chiesto di raccontarmi un po’ che cosa l’ha portata a Milano e cosa secondo lei si è inventata.

La signora Pupi, cha ha compiuto 90 anni, si trasferisce da Genova, la sua città e la sua terra più cara, a Milano dove tra qualche vicissitudine e qualche lavoretto di salvataggio “La mia carriera da segretaria per fortuna è durata ben poco” decide di buttarsi e apre un piccolo negozietto di abiti per bambini in Largo V Alpini, si chiamava “Snoopy”, era il 1969.
“Piangevo tutti i giorni perché non sapevo come sarei arrivata al giorno dopo” ma la tenacia, l’intelligenza e il fiuto non le hanno fatto cambiare idea e piano piano quel piccolo negozio in una zona che non era commercialmente attraente come le pretenziose vie del centro quali Montenapoleone, Borgospesso e Brera, diventa un indirizzo per chi volesse vestire i bambini con garbo e gusto.
Nel 1978 l’occasione d’oro e il trasferimento in piazza Tommaseo, “Non mi sono mai pentita della scelta che ho fatto, economicamente sì perché gli affari sarebbero andati ancora meglio se fossi stata in Montenapoleone, ma non avrei visto gli alberi e la pace è impagabile” perché è un’oasi felice e come aggiunge “Qui ci sono solo io e non c’è nessun negozio accanto che controlla quello che faccio io, io qui non so nulla degli altri”, e forse è questo il segreto di longevità per un’attività commerciale, fidarsi del proprio lavoro e non mettersi (troppo) in competizione con gli altri.

martedì 11 aprile 2017

LA STORIA DEL COSTUME ITALIANO SECONDO DAMIANI

In un’altra vita dovevo essere una gazza ladra perché al primo sbrilluccico potente io vado in tilt, mi si appanna la vista e cado in un vortice. Questa è stata un po’ la sensazione prima di dormire sabato 8 aprile quando sono stato ospite della mostra di Damiani a Palazzo Reale.
La maison di gioielli ha infatti fortemente voluto questa esposizione che richiama la tradizione orafa in un angolo di Milano importante per la storia che rappresenta e soprattutto per i personaggi che l’hanno resa celebre, tra cui la regina Margherita.

Collier a pavone con diamanti bianchi, zaffiri e smeraldi 


Al piano nobile attraverso tre stanze si ripercorre così la storia del costume italiano osservando dettagli, ispirazioni e disegni in un secolo che ancora brilla nel nostro immaginario, basti pensare ai gioielli del 90esimo anniversario qui esposti che sono una vera e propria testimonianza per ogni decade.
Il collier oro bianco e diamanti che cade come una piuma a rappresentare l’elegante leggiadria degli anni ’20 o il bracciale Cascade per gli anni ’30, fino agli anni ’60 con un motivo geometrico a pavè di brillanti e smalto, oppure gli anni ’90 con Moon-shine e il D-side per l’atteso 2000.

Il mio preferito, "TWINS".
Tra una sala e l’altra un preziosissimo diamante giallo che come ci ha riferito uno dei responsabili della mostra “Ci si può perdere dentro osservando la profondità del diamante”, e io ho aggiunto che ho visto scorrere tutta la mia vita da quanto era bello e quasi incantato.
Difficile riprendersi ma se la prima sala vi ha messi in crisi, la seconda sala vi manderà in blackout.
Infatti qui sono esposti tutti i gioielli che hanno vinto gli oscar, sì proprio così, perché esistono gli oscar dei gioielli dove a esser premiata non è Tilda Swinton ma il bracciale di diamanti che ha indossato Tilda Swinton durante la notte degli Oscar. Ma non fraintendiamoci, il gioiello non vince perché indossato da un personaggio ma per la bellezza in sé del design, della preziosità e dalla maestria con cui è stato pensato e realizzato.

Un bracciale di 900 diamanti a spirale lungo tutto l’avambraccio, pensato come uno scheletro che si deforma durante i movimenti senza far saltare griffe e binari, oppure un meraviglioso bracciale disegnato come un fulmine e degno di Wonder Woman. Qui in una teca il mio preferito, un anello a fascia multiforme chiamato “Twins”, con 118 diamanti bianchi taglio baguette per 7 carati di meraviglia.

La tiara originale di Sveva Della Gherardesca quando nel 1952 sposò Nicola Romanov

giovedì 30 marzo 2017

IL MIO SALONE DEL MOBILE 2017

CI SIAMO.
Tra lo sbocciare dei fiori, gli alberi rigogliosi e una Milano che si risveglia da un torpore invernale lungo e lugubre, il periodo di Marzo-Aprile è il più bello in assoluto e si inizia a vivere come sopravvissuti a un letargo di mesi e mesi.
E il salone del mobile è il segnatempo di tutto questo, fa scoccare esattamente l’ora in cui bisogna uscire e godersi la città visitando quanto più è messo a nostra disposizione, in maglietta leggera e occhiale da sole. E’ il mio evento preferito perché meno elitario della settimana della moda e viene fruito da tutti perché ce n’è per tutti, dai più piccoli ai più grandi, in un formento totale in tutte le zone di Milano.

Se all’epoca il Salone del Mobile era un’esposizione quasi per gli “addetti ai lavori” che dovevano parlare di viti e di seggiole come un cultore d’arte di fronte alla Gioconda, ora è uno spazio più ampio dedicato ai curiosi e a coloro che amano vedere cose nuove, sia per storcere il naso sia per godere dei contenitori che Milano offre.
L’aspetto più interessante per me è la possibilità di vedere esposizioni immerse in palazzi, sale e monumenti che la maggior parte dell’anno rimangono chiusi e sigillati perché utilizzati da enti come banche, fondazioni e multinazionali gelose dei loro patrimoni.

Ho già dato un occhio al sito ufficiale e ho già una breve (?) lista di cose che non vorrei assolutamente perdere e che vale la pena vedere per il meraviglioso contenitore, stupendomi come sempre per il contenuto di cui non sono un esperto ma che per curiosità imparo a conoscere.

lunedì 27 marzo 2017

QUELL'ANGOLO DI MILANO CHE BRILLA: PENNISI

Via Manzoni 29. 
La tradizione vuole che Audrey facesse colazione da Tiffany osservando vetrine e diamanti annientando tormenti, malumori e pensieri scomodi, io faccio lo stesso ma davanti alle vetrine di Pennisi.
Chi vive Milano e si incuriosisce sulla città e la sua storia, non può non conoscere questo piccolo angolo di paradiso che vive là dove si spense Giuseppe Verdi, nell’edificio che ospita Il Grand Hotel de Milan, nel cuore pulsante del bel mondo milanese, via Manzoni 29.
Non è una gioielleria qualsiasi dove diamanti splendono a volte un po’ insapori e lugubri in attesa che qualche sciura li indossi, non è una boutique dove la testimonial della tale maison stampata su un 6 x4 ti guarda sensuale, non è un posto che può essere compreso da tutti, per fortuna.

Cartier a pioggia 
LA BELLEZZA. 
Qui i gioielli si portano appresso così tanta storia e arte orafa che pare di essere in un museo, nella sua accezione più alta, s’intende. Pennisi dal 1971 si occupa di gioielli antichi, dal 1780 al 1970 attraverso uno stile che è ben definibile, in particolare quello meraviglioso dell’art déco di cui è portavoce incontrastato.
Pezzi da lacrime agli occhi delle più importanti case del mondo come Bulgari e i Cartier degli anni ’20 perché è il simbolo di un’eleganza lontana e ammirata, dalle tiare dal sapore Romanov alle spille di brillanti e rubini che signore dell’alta borghesia indossavano più di 60 anni fa ereditate da nonne e bisnonne per cui i diamanti erano sì i migliori amici, ma rappresentavano anche uno status symbol e un investimento sicuro.

Ho chiesto a Emanuele Ferreccio Pennisi come mai chi ha la possibilità di avere tra le mani un gioiello simile riesca a venderlo, con quale coraggio aggiungo io, perché pezzi così importanti e di quel valore storico non sempre sopravvivono alle generazioni successive.
Mi ha risposto che le ragioni per cui qualcuno vende una tiara della bisnonna o una parure di smeraldi e diamanti grossi come noci sono svariati, dalla voglia di alleggerire cassette di sicurezza, dalla voglia di non pensare che quel gioiello fosse un dono di un ex marito, da una difficoltà economica o perché come disse una sua cliente “Quando me li metto questi smeraldi? Li indossavo alla prima della Scala ma ora si va in jeans”, così si monetizza e una parure liberty diventa un viaggio pazzesco, un appartamento nuovo per la nipote, un “fondo” per il futuro.

mercoledì 22 marzo 2017

LE MILLE INSIDIE NASCOSTE DIETRO UNA T-SHIRT BIANCA

Con il Levi's vintage, classica combo 

Anni '90 

Risolve qualsiasi abbinamento impossibile tipo scarpe di Paperina e kimono

In fondo sono un ragazzo semplice, uno di quelli che incontri nell’androne del tuo palazzo e che non solo ti saluta ma ti tiene aperto il portone, ti fa passare e addirittura ti dice “Buongiorno” sorridendo, che siano le 8 o le 11 del mattino, lunedì o sabato.
A volte ho manie di grandezze, vorrei abitare a Palazzo Serbelloni, indossare tiare di Pennisi, vestire solo Missoni e pigiami di seta, mangiare solo vitello tonnato di Peck, partire all’improvviso per Parigi e fare i capricci a San Pietroburgo, frequentare le aste di Christie’s e fare shopping nei migliori vintage del mondo senza preoccuparmi dei prezzi di alcunché.
Nella realtà sono un onesto lavoratore dipendente, vivo a Lambrooklyn in 50 metri quadri acquistati, ristrutturati e arredati sudando 8 t-shirt di H&M conscious, da Pennisi vado ad alitare sulle vetrine, a Peck preferisco il Pam dove posso pagare anche i fiori della domenica con i buoni ticket e lo shopping migliore che abbia mai fatto è quello ereditato dai vari nonni, prozii che pace all’anima loro mi hanno fatto avere un guardaroba pazzesco e di buon gusto.
Negli anni però ho capito che nell’abbigliamento il mio capo più importante, più apparentemente facile da indossare ma con mille insidie rimane e rimarrà sempre la maglietta bianca, la classica t-shirt che si ama o si odia ma che tutti hanno a dozzine nell’armadio.

Manica risvoltata casuale ma in realtà c'è uno studio ossessivo di tutto 

Maglietta bianca e bretelle, mio outfit preferito della vita 

venerdì 3 marzo 2017

RITORNO ALLE ORIGINI

Luisa Beccaria 
Missoni 
Io di moda non so nulla, nel senso che non mi sento di appartenere a quella eterogenea categoria di tuttologi che sanno descrivere con minuzia da Tg2 costume e società le collezioni pret à porter o l’haute couture inneggiando a parole come “Una favola”, “Una donna contemporanea che veste la modernità quella di…” oppure frasoni alla “Una giungla di colori cool ispirati all’Asia gli abiti di…” dove aggettivi e sinonimi vengono utilizzati per ingigantire un concetto che forse c’è ma non è palpabile.
Vivendo a Milano la moda è una conditio sine qua non perché a meno che tu non sia chiuso dentro una scatola di cartone con paraocchi e meta da raggiungere con sguardo basso, la moda la si respira e spesso non la si tollera.

Tutto questo scalpitio riempie i luoghi del nostro quotidiano, addirittura uffici, teatri, cinema, palazzi storici, mostre e musei, fanno a gara per la location più giusta, l’installazione più luminosa e la madrina più fotografata. La settimana della moda combatte contro la nostra pigrizia, ci incuriosisce e spesso ci giudica perché non tutti sono invitati e non tutti sono parte di questo mondo scintillante.
Non conosco a memoria il calendario sfilate, capisco che sfila Fendi quando il 14 ci mette 45 minuti a fare due fermate, capisco che è Gucci ad invitare migliaia di persone perché sono in bicicletta contromano e la carta igienica appena comprata sottobraccio e non riesco a tornare a casa con facilità.
Quindi sì, Milano è davvero moda nonostante in tanti per snobismo o indifferenza verso quello che succede attorno alle loro cornee dicano il contrario e sbuffano tra modelle, party esclusivi di cui non ricevono l’invito e greggi di fashion influencers che tentano il suicidio sui binari dei tram.

giovedì 9 febbraio 2017

IL VIVER CIVILE SUI MEZZI PUBBLICI, E' POSSIBILE?

IO TUTTI I GIORNI. 
La realtà è che tutti noi prima o poi, senza accorgercene, volontariamente o no siamo almeno una volta rientrati nella categoria “maleducati da mezzi pubblici” perché per distrazione o fretta siamo come soldati verso l’obiettivo ma è bene fare attenzione e seguire poche regole che permettono agli altri di non avere istinti omicidi nei nostri confronti.
Queste righe sono il risultato di anni e anni avanti e indietro sui mezzi pubblici milanesi, un percorso fatto di tram, autobus, metropolitana, bike sharing e chi ne ha più ne metta, in questo turbinio di voracità, fretta e frenesia.

Non sei davvero residente a Milano se in qualsiasi situazione anche nella più rilassante delle tue domeniche di primavera a spasso per la città, non corri, o meglio, non cammini a passo svelto, il cosiddetto “passo alla milanese” che si aggira intorno ai 7 chilometri orari.
Non importa se sei in anticipo, in ritardo, se non hai una meta prestabilita perché ti stai godendo il tuo meritato tempo libero, tu devi correre e subito ti devi innervosire quando davanti a te qualcuno tergiversa sulla direzione che deve prendere o se occupa lentamente tutto il marciapiede.
Quattro amiche camminano in corso Buenos Aires chiacchierando una accanto all’altra? Ma chi si credono, Carrie Samantha Miranda e Charlotte? Vuoi superare la coppia di anziani lei in visone e lui in Loden ma devi calcolare esattamente il passo per evitare di essere scaraventato nel cestino dell’immondizia o con la faccia sul lampione? Questi sono i nostri problemi.

Entrando in metropolitana per esempio la prima cosa da fare per evitare di essere linciati da chi certamente non sta andando a cogliere margheritine, è preparare il biglietto o l’abbonamento perché è fastidioso che la folla si accalchi ai tornelli per sfrecciare l’abbonamento magnetico ma ci sia qualcuno al posto di comando che ravana nella borsa senza spostarsi e far passare chi è già pronto. Il vero milanese, ricordiamolo, è quello che già al primo gradino ha in mano l’abbonamento e conosce l’esatta inclinazione del tornello che si spinge con un delicato colpo di coscia, magia.
Sulle scale mobili la scritta “Tenere la destra” non è un nostalgico pensiero agli anni d’oro di Forza Italia e Berlusconi ma un accorgimento civile per permettere alle persone atletiche di lanciarsi giù correndo all’impazzata nella parte sinistra della scala mobile, usata come pista di decollo con quell’ultimo tonfo TOOON prima di prendere il volo verso il vagone del metrò.

lunedì 23 gennaio 2017

ELSA MARTINELLI


Internet è quel luogo dove brutti video diventano virali, dove imperversano quotidianamente mitomani e invasati di Mussolini con copertine slogan come fossimo nel 1936, dove genitori cercano di capire il linguaggio dei figli e dove i figli si imbarazzano dei contenuti condivisi dai genitori. Questo in superficie.
In profondità questo immenso patrimonio che possiamo avere tra le mani in qualsiasi istante delle nostre pigre e attive vite ci permette di arrivare dove i nostri genitori e i nostri nonni, o anche noi non considerati “millennials”, non arrivavano se non scavando in biblioteche e giornali.
Oggi qualcosa colpisce la tua attenzione e un secondo dopo puoi immergerti in quel minuscolo dettaglio per tirarne fuori una storia, un racconto, imparando tutto ciò che non sapevi a riguardo.





Così da una foto postata su Instagram di Elsa Martinelli in uno scintillante abito rosso Dior (Sì, Dior, avrei detto Valentino, ecco che si impara sempre) mi sono chiesto perché questo nome mi fosse quasi sconosciuto e in una sera gelida di Gennaio mi sono tuffato in quel suo mondo che inizia con una carriera da modella per lo stilista che la scoprì, Roberto Capucci, fino ad arrivare alla sfolgorante Hollywood, tra le prime italiane che fecero successo anche oltreoceano.

giovedì 12 gennaio 2017

PARTENDO A EST E TORNANDO A OVEST

Lago di Bled, Slovenia

Pasticceria Demel, Vienna 

Monumento funebre a Maria Cristina D'Austria 

Prendete 8 amici, un furgoncino e sparatelo in giro per l’Europa con un tour che più che un viaggio pareva un pellegrinaggio, o una maratona. Il viaggio di Capodanno è stato quello che si può definire un avventuroso slalom tra paesi vicino ma culturalmente lontani, una scoperta continua di città, paesaggi e scorci che da tempo volevo visitare e così via, siamo partiti organizzando tutto in metà pomeriggio, senza quasi credere nelle nostre capacità, come un gioco che si è rivelata una deliziosa realtà.
Siamo partiti verso Est.
Tornando a Ovest.
Questa piccola guida a voi, chissà che possa servirvi per lasciarvi ispirare per il prossimo viaggio.

Tappa 1: partendo da Milano con sosta in un autogrill da dimenticare siamo arrivati in Slovenia, in un delizioso paesino dall’aria di montagna, Radovljica, dove sulla piazza principale c’è questa antica pensione Lectar del 1822 che offre un soggiorno romantico e all’insegna della tranquillità. Ha anche un ristorantino al suo interno che fa delle zuppe squisite e l’arredo da chalet di montagna vi farà sentire a Gstaad, cuori di pan di zenzero inclusi.
La Slovenia è anche famosa per le sue terme, così un meritato idromassaggio calde alle terme del Golf Hotel di Bled sono un toccasana di fine dicembre. Bled è meravigliosa e vale una visita di giorno quando il lago domina il paesaggio e sul monte roccioso il castello di Grad appare incantato.