giovedì 30 marzo 2017

IL MIO SALONE DEL MOBILE 2017

CI SIAMO.
Tra lo sbocciare dei fiori, gli alberi rigogliosi e una Milano che si risveglia da un torpore invernale lungo e lugubre, il periodo di Marzo-Aprile è il più bello in assoluto e si inizia a vivere come sopravvissuti a un letargo di mesi e mesi.
E il salone del mobile è il segnatempo di tutto questo, fa scoccare esattamente l’ora in cui bisogna uscire e godersi la città visitando quanto più è messo a nostra disposizione, in maglietta leggera e occhiale da sole. E’ il mio evento preferito perché meno elitario della settimana della moda e viene fruito da tutti perché ce n’è per tutti, dai più piccoli ai più grandi, in un formento totale in tutte le zone di Milano.

Se all’epoca il Salone del Mobile era un’esposizione quasi per gli “addetti ai lavori” che dovevano parlare di viti e di seggiole come un cultore d’arte di fronte alla Gioconda, ora è uno spazio più ampio dedicato ai curiosi e a coloro che amano vedere cose nuove, sia per storcere il naso sia per godere dei contenitori che Milano offre.
L’aspetto più interessante per me è la possibilità di vedere esposizioni immerse in palazzi, sale e monumenti che la maggior parte dell’anno rimangono chiusi e sigillati perché utilizzati da enti come banche, fondazioni e multinazionali gelose dei loro patrimoni.

Ho già dato un occhio al sito ufficiale e ho già una breve (?) lista di cose che non vorrei assolutamente perdere e che vale la pena vedere per il meraviglioso contenitore, stupendomi come sempre per il contenuto di cui non sono un esperto ma che per curiosità imparo a conoscere.

lunedì 27 marzo 2017

QUELL'ANGOLO DI MILANO CHE BRILLA: PENNISI

Via Manzoni 29. 
La tradizione vuole che Audrey facesse colazione da Tiffany osservando vetrine e diamanti annientando tormenti, malumori e pensieri scomodi, io faccio lo stesso ma davanti alle vetrine di Pennisi.
Chi vive Milano e si incuriosisce sulla città e la sua storia, non può non conoscere questo piccolo angolo di paradiso che vive là dove si spense Giuseppe Verdi, nell’edificio che ospita Il Grand Hotel de Milan, nel cuore pulsante del bel mondo milanese, via Manzoni 29.
Non è una gioielleria qualsiasi dove diamanti splendono a volte un po’ insapori e lugubri in attesa che qualche sciura li indossi, non è una boutique dove la testimonial della tale maison stampata su un 6 x4 ti guarda sensuale, non è un posto che può essere compreso da tutti, per fortuna.

Cartier a pioggia 
LA BELLEZZA. 
Qui i gioielli si portano appresso così tanta storia e arte orafa che pare di essere in un museo, nella sua accezione più alta, s’intende. Pennisi dal 1971 si occupa di gioielli antichi, dal 1780 al 1970 attraverso uno stile che è ben definibile, in particolare quello meraviglioso dell’art déco di cui è portavoce incontrastato.
Pezzi da lacrime agli occhi delle più importanti case del mondo come Bulgari e i Cartier degli anni ’20 perché è il simbolo di un’eleganza lontana e ammirata, dalle tiare dal sapore Romanov alle spille di brillanti e rubini che signore dell’alta borghesia indossavano più di 60 anni fa ereditate da nonne e bisnonne per cui i diamanti erano sì i migliori amici, ma rappresentavano anche uno status symbol e un investimento sicuro.

Ho chiesto a Emanuele Ferreccio Pennisi come mai chi ha la possibilità di avere tra le mani un gioiello simile riesca a venderlo, con quale coraggio aggiungo io, perché pezzi così importanti e di quel valore storico non sempre sopravvivono alle generazioni successive.
Mi ha risposto che le ragioni per cui qualcuno vende una tiara della bisnonna o una parure di smeraldi e diamanti grossi come noci sono svariati, dalla voglia di alleggerire cassette di sicurezza, dalla voglia di non pensare che quel gioiello fosse un dono di un ex marito, da una difficoltà economica o perché come disse una sua cliente “Quando me li metto questi smeraldi? Li indossavo alla prima della Scala ma ora si va in jeans”, così si monetizza e una parure liberty diventa un viaggio pazzesco, un appartamento nuovo per la nipote, un “fondo” per il futuro.

mercoledì 22 marzo 2017

LE MILLE INSIDIE NASCOSTE DIETRO UNA T-SHIRT BIANCA

Con il Levi's vintage, classica combo 

Anni '90 

Risolve qualsiasi abbinamento impossibile tipo scarpe di Paperina e kimono

In fondo sono un ragazzo semplice, uno di quelli che incontri nell’androne del tuo palazzo e che non solo ti saluta ma ti tiene aperto il portone, ti fa passare e addirittura ti dice “Buongiorno” sorridendo, che siano le 8 o le 11 del mattino, lunedì o sabato.
A volte ho manie di grandezze, vorrei abitare a Palazzo Serbelloni, indossare tiare di Pennisi, vestire solo Missoni e pigiami di seta, mangiare solo vitello tonnato di Peck, partire all’improvviso per Parigi e fare i capricci a San Pietroburgo, frequentare le aste di Christie’s e fare shopping nei migliori vintage del mondo senza preoccuparmi dei prezzi di alcunché.
Nella realtà sono un onesto lavoratore dipendente, vivo a Lambrooklyn in 50 metri quadri acquistati, ristrutturati e arredati sudando 8 t-shirt di H&M conscious, da Pennisi vado ad alitare sulle vetrine, a Peck preferisco il Pam dove posso pagare anche i fiori della domenica con i buoni ticket e lo shopping migliore che abbia mai fatto è quello ereditato dai vari nonni, prozii che pace all’anima loro mi hanno fatto avere un guardaroba pazzesco e di buon gusto.
Negli anni però ho capito che nell’abbigliamento il mio capo più importante, più apparentemente facile da indossare ma con mille insidie rimane e rimarrà sempre la maglietta bianca, la classica t-shirt che si ama o si odia ma che tutti hanno a dozzine nell’armadio.

Manica risvoltata casuale ma in realtà c'è uno studio ossessivo di tutto 

Maglietta bianca e bretelle, mio outfit preferito della vita 

venerdì 3 marzo 2017

RITORNO ALLE ORIGINI

Luisa Beccaria 
Missoni 
Io di moda non so nulla, nel senso che non mi sento di appartenere a quella eterogenea categoria di tuttologi che sanno descrivere con minuzia da Tg2 costume e società le collezioni pret à porter o l’haute couture inneggiando a parole come “Una favola”, “Una donna contemporanea che veste la modernità quella di…” oppure frasoni alla “Una giungla di colori cool ispirati all’Asia gli abiti di…” dove aggettivi e sinonimi vengono utilizzati per ingigantire un concetto che forse c’è ma non è palpabile.
Vivendo a Milano la moda è una conditio sine qua non perché a meno che tu non sia chiuso dentro una scatola di cartone con paraocchi e meta da raggiungere con sguardo basso, la moda la si respira e spesso non la si tollera.

Tutto questo scalpitio riempie i luoghi del nostro quotidiano, addirittura uffici, teatri, cinema, palazzi storici, mostre e musei, fanno a gara per la location più giusta, l’installazione più luminosa e la madrina più fotografata. La settimana della moda combatte contro la nostra pigrizia, ci incuriosisce e spesso ci giudica perché non tutti sono invitati e non tutti sono parte di questo mondo scintillante.
Non conosco a memoria il calendario sfilate, capisco che sfila Fendi quando il 14 ci mette 45 minuti a fare due fermate, capisco che è Gucci ad invitare migliaia di persone perché sono in bicicletta contromano e la carta igienica appena comprata sottobraccio e non riesco a tornare a casa con facilità.
Quindi sì, Milano è davvero moda nonostante in tanti per snobismo o indifferenza verso quello che succede attorno alle loro cornee dicano il contrario e sbuffano tra modelle, party esclusivi di cui non ricevono l’invito e greggi di fashion influencers che tentano il suicidio sui binari dei tram.